Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Il World Food Programme (WFP) lancia l’allarme sul peggioramento delle condizioni di vita in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti. Violenze diffuse e cambiamenti climatici le cause principali.

Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Nella fascia saheliana la crisi alimentare super il livello dell'emergenza

L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) ha lanciato oggi l’allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti, nella fascia saheliana centrale dell’Africa occidentale. La violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico le cause principali. Secondo il WFP, la risposta umanitaria deve essere rapidamente potenziata, se si vogliono proteggere e salvare vite nel Burkina Faso e nella regione.

La malnutrizione oltre la soglia dell'emergenza

Il Burkina Faso sta vivendo una crisi drammatica crisi che ha sconvolto le vite di milioni di esseri umani. Quasi mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e un terzo del Paese è considerato ora zona di guerra. Le associazioni umanitarie registrano tassi di malnutrizione ben al di sopra della soglia di emergenza. Significa che bambini piccoli e madri che hanno appena partorito sono particolarmente in pericolo. Se il mondo vuole davvero salvare vite, questo è il momento

Scuole chiuse e campi abbandonati

C’è stato un brusco aumento delle violenze in Burkina Faso. Nella prima metà del 2019 si sono registrati più attacchi di quanti ne siano avvenuti in tutto il 2018, con vittime civili in numero quattro volte maggiore rispetto a tutto il 2018. I livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un paese dove quattro persone su cinque contano sull'agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

L’impatto sui 20 milioni di persone che vivono in aree di conflitto nella regione è drammatico. Solo nel Burkina Faso, almeno 486.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nei tre paesi del Sahel centrale (Mali, Burkina Faso e Niger) gli sfollati sono ora 860.000 mentre arrivano a 2,4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza alimentare anche se la cifra aumenta in continuazione a causa del continuo aumento di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine.

La sfida contro i cambiamenti climatici

Il WFP e le altre agenzie umanitarie si trovano ad affrontare la crisi crescente in un momento in cui scarseggiano i finanziamenti a sostegno delle operazioni di soccorso e nuove risorse sono necessarie per rispondere ai maggiori bisogni. Anche al netto dell’insicurezza che aggrava la situazione, il Sahel è colpito duramente dai cambiamenti climatici e molte comunità stanno già cercando di adattarsi all'imprevedibilità del clima.

La sfida per il WFP è immensa: rispondere ai bisogni umanitari immediati e, allo stesso tempo, salvaguardare gli investimenti fatti nella resilienza e nella auto-sufficienza delle comunità affinché i progressi fatti negli ultimi anni non siano vanificati.

Il lavoro del WFP in 80 Paesi

Il WFP ha rafforzato la sua risposta, fornendo assistenza alimentare e nutrizionale, quest'anno, ad oltre 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel Centrale, concentrando gli sforzi in aree dove i bisogni umanitari sono maggiori e dove si sono verificati i maggiori spostamenti di popolazione.

Il WFP ha urgentemente bisogno di 150 milioni di dollari per le operazioni nei tre paesi del Sahel centrale, Mali, Niger e Burkina Faso, che includono sia le attività emergenziali che quelle sulla costruzione della resilienza. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lavora in oltre 80 paesi nel mondo, sfamando le persone colpite da conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.

“Il conflitto va avanti a passo veloce"

Sahel Centrale. L'emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando

Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell’Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.

Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno. È un’area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l’agricoltura

Parti del Burkina Faso, dove il conflitto si è intensificato durante tutto l’anno, sono in “caduta libera” poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.

A gennaio c’erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000, altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone. Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un’emergenza di livello 3, il grado più alto"

È un ambiente difficile, ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza

In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.

I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.

Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere alcune zone proprio a causa del conflitto.

Il WFP ha assistito quest’anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.

Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili”. Come ad esempio, l’uccisione di 25 membri di una famiglia. “Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi. Sono storie terrificanti

Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti che ricevono gli sfollati, l’ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone. Tra l’altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio, e viceversa non lasciarlo, può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l’allineamento o la complicità con i gruppi armati.

La sfiducia, la violenza, non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, (l’ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.

Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni ’90. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui “la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c’è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto”. Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo.

La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti. Prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza. Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.

Quest’area non interessa quasi a nessuno. Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi

Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po’ di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate”. Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l’UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.

Ciò che è immediatamente necessario è l’attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle “zone cuscinetto”, quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza, per evitare ulteriori catastrofi.

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Guerre dimenticate. I dieci conflitti (anzi undici) scomparsi dalle cronache internazionali e dall’attenzione dei media

Conflitti e Guerre di cui nessuno parla, e che proprio per questo non interessa a nessuno risolvere. Si trovano soprattutto in Africa, ma anche in Asia, America Latina ed Europa. Lo rivela il report annuale del Norwegian Refugee Council.

Nigeria, profughi in fuga dalle atrocità di Boko Haram

Dal Congo al Donbass, passando per il Camerun, il Burundi, la Repubblica Centrafricana l'Afghanistan e il Venezuela. Sono queste le crisi e le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti. Ma nonostante questo, grazie anche al silenzio assordante dei media, non riescono ad ottenere un concreto sostegno internazionale.

A denunciarlo è il Norwegian Refugee Council (NRC) che ha appena pubblicato un rapporto annuale sui dieci Paesi con le crisi più dimenticate al mondo. La lista completa comprende anche il Mali, il Darfur, il Venezuela e la guerra in Libia.

L’organizzazione sostiene che alcune crisi ricevono molta più attenzione e aiuto di altre. I motivi sono diversi. «La negligenza può essere il risultato di una mancanza di interesse geopolitico, oppure le persone colpite potrebbero sembrare troppo lontane e troppo difficili da identificare». Inoltre, questa differenza potrebbe anche essere «il risultato di priorità politiche contrastanti»

Guerre dimenticate nel mondo. I media nel 2018

Sono vari i fattori che determinano se una crisi riceve o meno una copertura da parte dell’informazione mainstream. Nel rapporto, che ha utilizzato i dati di monitoraggio dei media forniti dalla società Meltwater e parla della situazione nel 2018, si legge che «il livello di attenzione non è necessariamente proporzionale alla dimensione della crisi». E anche quando sono pubblicate informazioni su un conflitto, «la situazione dei civili potrebbe essere oscurata a causa di strategie di guerra e alleanze politiche»

Camerun

In Camerun la crisi iniziata con proteste pacifiche alla fine del 2016 si è intensificata, fino a diventare un vero conflitto tra gruppi armati governativi e ribelli. Fino ad ora, più di 450 mila persone sono state sfollate e quasi 800 mila bambini non possono andare a scuola. Il paese africano è spaccato in due tra regioni francofone e anglofone. Le aree dove si parla inglese sono discriminate politicamente ed economicamente dal governo.

Centinaia di villaggi sono stati bruciati, decine di migliaia di persone si nascondono nella boscaglia senza aiuti umanitari e nuovi attacchi sono in atto ogni giorno. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere la Nigeria, in cerca di sicurezza.

«Nonostante l’entità della crisi, i bisogni umanitari non vengono soddisfatti. La mancanza di informazioni e l’attenzione politica internazionale hanno permesso che la situazione si deteriorasse da manifestazioni non violente a vere e proprie atrocità commesse entrambe le parti»

Per reprimere le rivendicazioni indipendentiste, il governo è ricorso a un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si registrano arresti di massa e un ingente spiegamento delle forze di sicurezza.

Repubblica Democratica del Congo

Nel 2018, quando i combattimenti inter-etnici sono ripresi nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. Circa un milione di persone, invece, sono sfollati interni. «La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari», si legge nel rapporto. A questa situazione si è aggiunto un focolaio di ebola nell'agosto dello scorso anno. Un anno fa.

«L’attenzione dei media internazionali durante tutto l’anno si è concentrata principalmente sull'esito delle elezioni presidenziali ritardate e dell’epidemia di Ebola, spingendo una delle peggiori crisi umanitarie sul pianeta nell'ombra della coscienza del mondo»

Le recenti elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018 hanno visto vincitore a sorpresa Félix Tshisekedi, leader dell'opposizione, che eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.

Il diffondersi dell'epidemia di ebola che da un anno persiste proprio nelle regioni attraversate dal conflitto aggrava non poco una situazione già di per se disastrosa. Una regione dove persistono decine di milizie armate al soldo di non si sa quale "padrone", o quale paese africano od occidentale che sia, con l'unico obiettivo di mettere le mani sui più ricchi giacimenti di minerali preziosi al mondo, e dove anche gli operatori umanitari sono presi di mira e attaccati.

Repubblica Centrafricana

Nella Repubblica Centrafricana, 2,9 milioni dei 4,6 milioni di abitanti del Paese hanno urgente bisogno di aiuti umanitari. Gruppi armati locali controllano la maggior parte delle regioni e ripetuti episodi di violenza continuano a costringere i civili ad abbandonare le proprie abitazioni. Allo stesso tempo, la criminalità è in aumento.

Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2018. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.

Vittime delle violenze anche gli operatori delle ONG, che sono stati regolarmente attaccati e intimiditi. Proprio per questo, alcune organizzazioni sono state costrette a sospendere o a ritirarsi.

Burundi

Quando nel 2015 il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato i piani per candidarsi alla presidenza per il suo terzo mandato, le proteste di piazza si sono trasformate in violenti scontri e la polizia ha risposto brutalmente ai disordini politici. Per questo quasi 500 mila persone sono fuggite in cerca di sicurezza nei Paesi vicini. La maggior parte dei rifugiati è scappato nella vicina Tanzania, mentre altri sono andati in Rwanda, Uganda e in Congo.

«A causa della mancanza di attenzione da parte dei media e di finanziamenti inadeguati da parte della comunità internazionale, i rifugiati non sono in grado di coprire i loro bisogni primari. Vivono in campi sovraffollati, non hanno abbastanza da mangiare e sono minacciati dalle malattie trasmesse dall'acqua»

Sudan, Darfur

Una guerra a bassa intensità ma con 700 mila persone abbandonate a loro stesse. Un deserto di capanne e baracche di fango e lamiere. Sorvolando in elicottero ‘al Salam’ l’impatto visivo del campo racconta della vastità della crisi umanitaria dimenticata da tutti.

La crisi è iniziata con il deflagrare del conflitto fra i ribelli della regione occidentale del Sudan e l’esercito di Khartoum il 26 febbraio del 2003. Il governo sudanese non si è limitato agli attacchi militari verso il Sudan Liberation Army ma ha esteso l’azione repressiva nei confronti di tutta la popolazione del Darfur: oltre 400 mila morti e 2 milioni e 800 mila sfollati, di cui solo un milione ha fatto rientro nelle aree pacificate. A distanza di 16 anni, seppure la guerra ad alta intensità sia limitata ad alcune aree, la situazione per i profughi è più disperata che mai.

L’Unamid, la missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2008, ha abbandonato l’area concentrando le attività nel nord della regione nell’ottica di una smobilitazione progressiva concordata tra l’Onu, con un voto in Consiglio di sicurezza, e il Sudan.

Per le atrocità commesse in Darfur l'ex-presidente del Sudan, Omar al Bashir, è stato condannato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'Umanità.

Sud Sudan

Il Sud Sudan è il più giovane Stato al mondo, diventato indipendente nel 2011 dopo un conflitto ventennale con il Sudan. Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza il governo non si era però mostrato in grado di governare con efficienza, a causa soprattutto delle molte divisioni etniche e di una controversia tra le varie fazioni per la gestione e la vendita del petrolio.

Nel dicembre del 2013 è cominciata una guerra civile molto violenta che non si è mai fermata. Da una parte c’è il presidente Salva Kiir, a capo del paese dall'anno dell’indipendenza, e dall'altra l’ex vicepresidente Riek Machar. L’opposizione tra i due schieramenti è alimentata anche da antiche divisioni etniche, e cioè dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar.

In questi anni entrambi gli schieramenti si sono macchiati di orribili crimini contro i civili, assalti a villaggi, stupri di massa, esecuzioni sommarie e arruolamento di bambini soldato. Un terzo della popolazione, 2 milioni e mezzo di persone, sono state costrette a fuggire. Attualmente più di un milione e mezzo di sud sudanesi si sono rifugiati nella vicina Uganda.

Dal 2016 e fino all'ultimo di inizio 2019 si sono firmati decine di accordi di pace tra i due gruppi in conflitto, tutti puntualmente violati. Attualmente il paese si trova al centro di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, una crisi aggravata anche dal perdurare della siccità che ha colpito in questi anni il Corno d'Africa.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, ma è già fallito

La terza popolazione con più profughi nel mondo, lo certifica l'Unhcr, sono i Sud Sudanesi. Ma l'Europa e l'occidente in generale non si accorge dei quasi 2 milioni e mezzo di loro costretti a scappare: la quasi totale maggioranza sta sparsa nei campi di accoglienza dell'Africa centrale.

Ancora nel 2018, dalla zona di conflitto del Sud Sudan si è registrata la più grande fuga di popolazione: solo l'Uganda ospita un milione e mezzo di rifugiati, e anche il Congo, il Kenya e l'Etiopia fanno la loro parte. Il Sud Sudan (in teoria lo Stato più giovane al mondo nato nel 2011 dopo una guerra lunga 20 anni con il Sudan) è in realtà uno Stato fallito, teatro dal 2013 di una cruenta guerra civile. Negoziati per il cessate il fuoco si sono svolti a più riprese ad Addis Abeba tra le due fazioni del presidente Salva Kiir e l'ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie dinka e nuer.

Ma ogni intesa raggiunta si è poi dissolta nel giro di poco tempo e non si intravedono soluzioni a breve termine, per un conflitto che dal 2013 ha fatto 50mila morti. In uno “Stato” ricco di petrolio dove per l'Onu milioni di sud-sudanesi sono a rischio carestia.

Anche l'Europa ha la sua guerra "dimenticata", il Donbass in Ucraina

Giunto ormai al sesto anno, il conflitto armato in Ucraina non si ferma e una soluzione concreta non sembra arrivare. Le ostilità continuano a danneggiare le infrastrutture. Centinaia di migliaia di sfollati e case distrutte. Mentre i bambini non possono andare a scuola.

«Anche se nel corso del 2018 sono entrati in vigore cinque accordi di cessate il fuoco, che hanno comportato una riduzione delle vittime, sono stati tutti di breve durata. Il conflitto armato rimane una realtà quotidiana per tutte le persone che vivono vicino alle prime linee»

I 10.000 morti delle trincee ucraine

La battaglia navale nell'autunno dello scorso anno nello Stretto di Kerch, tra la Crimea annessa dalla Russia e l'Ucraina ha riacceso i riflettori su un conflitto a cosiddetta bassa intensità, ma mai risolto.

Dall'invasione della Crimea e dalle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass, nel lembo orientale dell'Ucraina, in 5 anni secondo i dati dell'Onu del 2018 si sono contati più di 10mila morti, 30 mila feriti e circa 2 milioni di sfollati, oltre 3 mila i civili uccisi. Non si è mai smesso di sparare, nonostante gli accordi del 2015 di Minsk, tra Donetsk, Kharkiv e Lugansk il cessate il fuoco è di norma violato.

Nelle zone cuscinetto tra le città filorusse e l'Ucraina si muore e si resta mutilati anche per le mine. Decine e decine i civili sono rimasti uccisi o feriti, si muore per colpi d'artiglieria, per gli spari e per le per granate. Nella trincea del Donbass, la scintilla tra Ucraina e Russia, evitata lo scorso autunno per un soffio, può sempre riesplodere.

In Yemen la crisi più grave al mondo, ma se ne parla poco

Le bombe contro scuole e abitazioni civili sono "made in Italy"

Quasi 85 mila bambini morti per fame o per malattie, oltre 10 mila civili caduti in guerra, l'80% dei minori bisognosi, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, di assistenza umanitaria.

Numeri terribili che arrivano dallo Yemen, la peggiore crisi umanitaria al mondo. Uno spiraglio per la pace si è aperto, con l'accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell'Onu di Stoccolma, anche grazie al mutato atteggiamento internazionale verso l'Arabia Saudita. Dopo l'omicidio di Jamal Khashoggi ordinato dai vertici di Riad, anche il Senato degli Usa ha votato per la fine del coinvolgimento nei raid sauditi, dal 2015 in Yemen.

Ma per troppi anni è calato il silenzio sulla distruzione di San'a' e le bombe contro scuole e abitazioni sono state confezionate anche in Italia. Diversi Stati europei, capofila la Germania, stanno interrompendo le forniture di armi a Riad, ma in Sardegna si punta a triplicare le bombe made in Germany ai sauditi. Destinazione proprio lo Yemen, dove le migliaia di profughi non raggiungono l'Europa, privi di soldi per fuggire.

In Italia ultimamente va di moda chiudere i porti per chi fugge da queste guerre, e aprirli invece per le armi e per gli armamenti che alimentano queste guerre e questi conflitti

Venezuela. Inflazione al milione per cento

Dal 2013, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno lasciato il Paese rifugiandosi negli Stati confinanti.

L'esodo, esploso nell'ultimo biennio, è la conseguenza della grave crisi economica che, dalla morte di Hugo Chavez, ha avvitato il Venezuela: in cinque anni il Pil è crollato del 40% e alla fine del 2018 l'inflazione ha toccato il milione per cento. I numeri mostruosi si traducono nella drammatica mancanza di beni di consumo di base e di farmaci.

Non basta ormai uno stipendio mensile, tra i più bassi al mondo, per una porzione di carne o altri generi di prima necessità. La maggior parte dei Paesi ha interrotto i rapporti commerciali con Caracas, isolata nell'asse con Cuba.

Anche la Chiesa ha denunciato il «disastro senza fine». Per l'emergenza umanitaria, l'Ecuador ha dichiarato lo Stato di emergenza. Mentre in Venezuela il presidente Nicolas Maduro, ottuso epigono del Caudillo, reprime il dissenso interno, facendo sparare sui manifestanti e imbavagliando magistratura e parlamento.

Afghanistan. Record tragici

L'Occidente combatte dal 2001 in Afghanistan. 18 anni di guerra eppure oltre metà della popolazione del Paese è ancora sotto il dominio degli estremisti islamici. E la loro espansione territoriale è, oggi, più estesa che mai. Una guerra iniziata dagli Stati Uniti per ritorsione dopo le stragi dell'11 settembre.

Metà della popolazione afghana vive sotto il controllo dei talebani oppure in un’area contesa al governo di Kabul dagli estremisti islamici. Gli stessi americani ammettono che l’espansione territoriale dei talebani è la più estesa dal 2001, quando l’Emirato islamico crollò sotto i bombardamenti Usa dopo l’11 settembre. Nonostante il lungo, sanguinoso e costoso intervento occidentale siamo al punto di partenza, o forse peggio.

Il problema è che solo alcuni anni fa l'Afghanistan era sulla bocca di tutti, e nelle prime pagine di tutti i media internazionali. Oggi, stante ai deludenti risultati sia sul campo militare che in quello politico, di Afghanistan si sente parlare solo in occasione di attentati, e nel 2018 ce ne sono stati tanti, tantissimi, un vero record.

Il 2018 per l'Afghanistan ha segnato un altro record di vittime in attacchi o attentati suicidi. Quasi 1700 morti civili, nei primi sei mesi dell'anno secondo l'Onu: un trend più negativo del 2017, a sua volta più negativo del 2016. Il crescendo è dovuto alla penetrazione dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, distinti dai talebani, in ritirata dalle guerre in Siria e in Iraq e alla ricerca di uno Stato rifugio.

L'Isis si espande, dalla provincia del Nangarhar, soprattutto nel Nord-Est, e i campi di addestramento afgani sono una fucina anche per nuovi combattenti. Dall'ultimo rapporto delle Nazioni Unite è anche emerso che i morti e i feriti a causa dei talebani (42%) e dell'Isis (18%) sono quadruplicati: il governo controlla poco più del 50% del territorio, il resto è in mano ai signori della guerra che hanno anche raddoppiato la produzione di oppio. Più di 60 morti si sono contati anche ai seggi e tra i candidati delle Legislative del 2018.

La normalità è impossibile e perciò l'Afghanistan resta tra i Paesi con più profughi al mondo, oltre 2 milioni e mezzo, il 79% di loro minori.

Anzi undici, la mia Nigeria. Boko Haram

Dal 2009 le regioni nord-orientali della Nigeria sono al centro di attentati sanguinosi, rapimenti, assalti a villaggi da parte del gruppo integralista islamico Boko Haram. Assalti contro obiettivi cristiani come scuole e Chiese. Il 2015 è stato l'anno più tragico quando, dopo un'offensiva durata alcuni mesi, le milizie islamiche conquistarono diverse città nel nord-est del paese e proclamarono lo Stato islamico di Nigeria e dell'Africa occidentale, riuscendo a controllare un territorio grande come il Belgio e l'Olanda messi insieme.

La contro-offensiva dell'esercito nigeriano, in coalizione con gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun, iniziò dopo alcuni mesi e nel 2017 i territori prima controllati da Boko-Haram furono completamente liberati e i miliziani in ritirata rifugiati nella impenetrabile foresta si Sambisa e nelle aree intorno al Lago Ciad.

Ad oggi, nella stessa area, continuano gli attentati, non più solo contro obiettivi cristiani, ma anche contro moschee, ospedali, mercati all'aperto, ecc.. È diventata ormai prassi l'uso di bambine kamikaze, un crimine atroce per compiere un altro crimine atroce.

Le atrocità di Boko Haram hanno provocato 2,7 milioni di profughi, oltre 25.000 morti, una devastante crisi umanitaria e alimentare attorno al lago Ciad, aggravata anche dalla perdurante siccità, dove 20 milioni di persone sono al limite della sopravvivenza.

Negli ultimi 5 anni si stima che almeno duemila ragazze siano state rapite, costrette a conversioni all'Islam per diventare mogli degli stessi miliziani, usate per scopi sessuali, ridotte in schiavitù e spesso costrette a diventare kamikaze.

Ma nell'area del Sahel non c'è solo Boko Haram. In Somalia agiscono i miliziani Al-Shabaab, nella Repubblica Centrafricana i Seleka, e gruppi di tuareg che agiscono tra il Mali settentrionale, Burkina Faso e Niger. Tutti gruppi che mirano ad introdurre e diffondere l'Islam integralista nell'Africa sub-sahariana, un disegno appoggiato dall'Arabia Saudita che, quasi certamente, fornisce armi di ultima generazione a tutto l'integralismo islamico in Africa.


La nostra Campagna Informativa
"Guerre dimenticate dell'Africa"
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Guerre Dimenticate

Diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, eccidi, massacri, profughi, emigrazione, dittature cruente, tutto questo è il prodotto di secoli di sfruttamento dell'Africa

Per le guerre di oggi è più giusto dire "Guerre ignorate" .. Analizzando le due parole viene difficile capire come si possa "dimenticare" la propria contemporaneità, si scorda il passato non il presente, questo tutto al più lo si "ignora". Ma ignorare una guerra significa anche ignorare chi la vive e la subisce.

Il passato ed il presente ci hanno abituato a conflitti anche cruenti in Africa, spesso l'occidente li ha visti, e li vede, come semplici problemi interni, e che nulla avevano o hanno a che fare con il dorato mondo civile.

Diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, eccidi, massacri, profughi, emigrazione, dittature cruente, tutto questo è il prodotto di secoli di sfruttamento dell'Africa da parte di potenze europee, e non solo europee.

Il vero dramma dell'Africa è iniziato con la Conferenza di Berlino (1884-1885) quando le potenze europee di allora si sono spartite l'Africa, dando il via al processo di colonizzazione che si sarebbe concluso solo all'inizio degli anni sessanta.

Un secolo che ha privato l'Africa, non solo delle sue risorse naturali, ma ha privato l'Africa anche delle sue ricchezze culturali, naturali e politiche.

Ha privato generazioni e generazioni di africani di vivere della loro identità culturale, obbligandoli a seguire religioni non loro, a parlare lingue non loro, imponendo la cultura europea, alimentando conflitti tribali, riducendo in schiavitù giovani, uomini, bambini e donne.

La fine della colonizzazione "politica" del continente africano non ha però fatto cessare l'influenza economica dell'Europa sull'Africa. Il petrolio, i minerali preziosi, i minerali rari, i diamanti, immensi territori da adibire ad agricoltura sono sempre sotto il controllo e sfruttati da multinazionali europee e compagnie straniere, con la complicità di governi e autorità locali, che pur di mantenere il potere hanno sottomesso la loro stessa popolazione.

Darfur, regione sud-occidentale del Sudan, è una delle tante "guerre dimenticate dell'Africa". Venti anni di massacri e diritti violati, oltre mezzo milione di morti, almeno tre milioni, il 70% della popolazione costretta ad abbandonare i luoghi d'origine. Nel 2012 la Corte Penale dell'Aia condanna l'ex-presidente del Sudan, Omar al-Bashir, per crimini di guerra. Questo Video di Mattafix è stato girato in un campo profughi del Darfur. Prodotto da Mick Jagger per ricordare al mondo una tragedia ancora in atto ma di cui nessuno parla.