Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Il World Food Programme (WFP) lancia l’allarme sul peggioramento delle condizioni di vita in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti. Violenze diffuse e cambiamenti climatici le cause principali.

Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Nella fascia saheliana la crisi alimentare super il livello dell'emergenza

L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) ha lanciato oggi l’allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti, nella fascia saheliana centrale dell’Africa occidentale. La violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico le cause principali. Secondo il WFP, la risposta umanitaria deve essere rapidamente potenziata, se si vogliono proteggere e salvare vite nel Burkina Faso e nella regione.

La malnutrizione oltre la soglia dell'emergenza

Il Burkina Faso sta vivendo una crisi drammatica crisi che ha sconvolto le vite di milioni di esseri umani. Quasi mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e un terzo del Paese è considerato ora zona di guerra. Le associazioni umanitarie registrano tassi di malnutrizione ben al di sopra della soglia di emergenza. Significa che bambini piccoli e madri che hanno appena partorito sono particolarmente in pericolo. Se il mondo vuole davvero salvare vite, questo è il momento

Scuole chiuse e campi abbandonati

C’è stato un brusco aumento delle violenze in Burkina Faso. Nella prima metà del 2019 si sono registrati più attacchi di quanti ne siano avvenuti in tutto il 2018, con vittime civili in numero quattro volte maggiore rispetto a tutto il 2018. I livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un paese dove quattro persone su cinque contano sull'agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

L’impatto sui 20 milioni di persone che vivono in aree di conflitto nella regione è drammatico. Solo nel Burkina Faso, almeno 486.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nei tre paesi del Sahel centrale (Mali, Burkina Faso e Niger) gli sfollati sono ora 860.000 mentre arrivano a 2,4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza alimentare anche se la cifra aumenta in continuazione a causa del continuo aumento di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine.

La sfida contro i cambiamenti climatici

Il WFP e le altre agenzie umanitarie si trovano ad affrontare la crisi crescente in un momento in cui scarseggiano i finanziamenti a sostegno delle operazioni di soccorso e nuove risorse sono necessarie per rispondere ai maggiori bisogni. Anche al netto dell’insicurezza che aggrava la situazione, il Sahel è colpito duramente dai cambiamenti climatici e molte comunità stanno già cercando di adattarsi all'imprevedibilità del clima.

La sfida per il WFP è immensa: rispondere ai bisogni umanitari immediati e, allo stesso tempo, salvaguardare gli investimenti fatti nella resilienza e nella auto-sufficienza delle comunità affinché i progressi fatti negli ultimi anni non siano vanificati.

Il lavoro del WFP in 80 Paesi

Il WFP ha rafforzato la sua risposta, fornendo assistenza alimentare e nutrizionale, quest'anno, ad oltre 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel Centrale, concentrando gli sforzi in aree dove i bisogni umanitari sono maggiori e dove si sono verificati i maggiori spostamenti di popolazione.

Il WFP ha urgentemente bisogno di 150 milioni di dollari per le operazioni nei tre paesi del Sahel centrale, Mali, Niger e Burkina Faso, che includono sia le attività emergenziali che quelle sulla costruzione della resilienza. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lavora in oltre 80 paesi nel mondo, sfamando le persone colpite da conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.

“Il conflitto va avanti a passo veloce"

Sahel Centrale. L'emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando

Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell’Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.

Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno. È un’area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l’agricoltura

Parti del Burkina Faso, dove il conflitto si è intensificato durante tutto l’anno, sono in “caduta libera” poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.

A gennaio c’erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000, altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone. Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un’emergenza di livello 3, il grado più alto"

È un ambiente difficile, ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza

In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.

I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.

Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere alcune zone proprio a causa del conflitto.

Il WFP ha assistito quest’anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.

Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili”. Come ad esempio, l’uccisione di 25 membri di una famiglia. “Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi. Sono storie terrificanti

Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti che ricevono gli sfollati, l’ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone. Tra l’altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio, e viceversa non lasciarlo, può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l’allineamento o la complicità con i gruppi armati.

La sfiducia, la violenza, non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, (l’ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.

Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni ’90. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui “la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c’è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto”. Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo.

La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti. Prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza. Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.

Quest’area non interessa quasi a nessuno. Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi

Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po’ di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate”. Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l’UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.

Ciò che è immediatamente necessario è l’attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle “zone cuscinetto”, quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza, per evitare ulteriori catastrofi.

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Cos’è morale e cos’è “immorale”

Le pillole di Maris Davis

Cos'è morale e cos'è "immorale"

Prendo spunto da una discussione che ho avuto solo ieri con un amico che contestava una mia foto (secondo lui immorale perché troppo "nuda", messa lì per prendere like) che ho pubblicato per parlare di un problema serio come il razzismo.

Ognuno di noi si crea delle barriere mentali in base a dove vive, come vive, in base alle tradizioni sociali e religiose in cui è cresciuto, ai luoghi e alle situazioni in cui si trova, e all'evoluzione dei tempi.

Parliamo in particolare del nudo femminile.

Se alcuni decenni fa faceva scandalo il seno esibito da una donna in spiaggia, oggi il seno femminile non fa scandalo, se esibito in spiaggia.

Ma solo sulle spiagge, se quelle stesse tette fossero mostrate su qualsiasi piazza italiana veniamo subito "arrestate" per atti osceni in luogo pubblico.

Volevo solo capire perché ci sono due atteggiamenti, diversi in base al luogo in cui ci troviamo. Le tette sono sempre le stesse.

Il confine della moralità si abbassa sempre di più mano a mano che ci abituiamo alla libertà degli altri, soprattutto delle donne, di esibire il proprio corpo come vogliono e come si sentono.

Provengo da una cultura "animista", quella della Nigeria del Sud dove questo problema non esiste, non è mai esistito perché il seno femminile rappresenta la vita, la crescita, la maternità. Anzi, per una donna esibirlo in pubblico nella vita quotidiana come durante le feste tradizionali è motivo di orgoglio.

Le barriere mentali che ci siamo creati, o che altri hanno creato per noi, ci fanno giudicare gli altri immorali quando gli altri superano i confini della "nostra" moralità percepita.

Viviamo in una società (quella occidentale) in cui certe regole vanno rispettate, ma di certo va rispettata anche la LIBERTÀ della donna di vestirsi (o svestirsi) come vuole, quando vuole e dove vuole senza per questo essere giudicata (come procacciatrice di like o addirittura come puttana), e soprattutto senza attirare per forza gli appetiti sessuali della fauna maschile arrapata e affamata di sesso.

No agli ipocriti che dopo avermi detto "sporca negra" in pubblico, mi chiedono i miei "nudi artistici" in privato.

E di certo NON sarà mai un uomo bigotto (che magari nemmeno conosco) a darmi lezioni su ciò che è morale e su ciò che immorale, su ciò che è opportuno o su ciò che è inopportuno. Sono una donna libera, la mia schiavitù è finita molto tempo fa.

Se qualcuno mi giudica "immorale" è sempre libero di togliersi dal mio sguardo e dalle mie amicizie. Le mie tette sono mie, il mio corpo è mio. Dio creò la donna nuda, nasciamo nudi, TUTTI.

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Le dieci poesie più emozionanti dedicate all’universo femminile

Dal “Cantico dei Cantici” della Bibbia a “Il serpente che danza” di Charles Baudelaire, ecco i dieci componimenti dedicati alle donne più belli della letteratura.

Le dieci poesie più emozionanti dedicate all’universo femminile. In occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne

Di donne hanno scritto in tanti, poeti, poetesse, scrittori, in epoche diverse e con diverse connotazioni. Numerose sono le poesie che hanno come tema centrale la donna, la sua forza e fragilità, il rapporto con l’altro sesso e con il proprio mondo interiore. In occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, abbiamo scelto i dieci (anzi undici) componimenti a nostro parere più belli ed emozionanti.

Cantico dei cantici
(Bibbia)

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono come un gregge di capre,
che scendono dal monte Gàlaad.
I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte hanno gemelli,
nessuna di loro è senza figli.
Come nastro di porpora le tue labbra,
la tua bocca è piena di fascino;
come spicchio di melagrana è la tua tempia
dietro il tuo velo.

Tutta bella sei tu, amata mia,
e in te non vi è difetto.

Io voglio del ver la mia donna laudare
(Guido Guinizzelli)

Io voglio del ver la mia donna laudare
Ed assembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro a l’are,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ‘l de nostra fé se non la crede,

e no ‘lle po’ apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om po’ mal pensar fin che la vede.

A tutte le donne
(Alda Merini)

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Corpo di donna
(Pablo Neruda)

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire il figlio dal fondo della terra.
Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un’arma,
come freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.
Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!
Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.

Alla sua donna
(Giacomo Leopardi)

Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Onima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi, t’asconde, agli avvenir prepara?

Donne appassionate
(Cesare Pavese)

Le ragazze al crepuscolo scendendo in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.

Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.

Tanto gentile e tanto onesta pare
(Dante Alighieri)

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Madre Teresa di Calcutta

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.

Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.

Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.

Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.

Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Sonetto 18
(William Shakespeare)

Dovrò paragonarti ad un giorno estivo?
Tu sei più amabile e temperato:
cari bocci scossi da vento eversivo
e il nolo estivo presto è consumato.

L’occhio del cielo è spesso troppo caldo
e la sua faccia sovente s’oscura,
e il Bello al Bello non è sempre saldo,
per caso o per corso della natura.

Ma la tua eterna Estate mai svanirà,
né perderai la Bellezza ch’ora hai,
né la Morte di averti si vanterà

quando in questi versi eterni crescerai.
Finché uomo respira o con occhio vedrà,
fin lì vive Poesia che vita a te dà.

Il serpente che danza
(Charles Baudelaire)

O quant’amo vedere, cara indolente,
delle tue membra belle,
come tremula stella rilucente,
luccicare la pelle!
Sulla capigliatura tua profonda
dall’acri essenze asprine,
odorosa marea vagabonda
di onde turchine,
come un bastimento che si desta
al vento antelucano
l’anima mia al salpare s’appresta
per un cielo lontano.
I tuoi occhi in cui nulla si rivela
di dolce né d’amaro
son due freddi gioielli, una miscela
d’oro e di duro acciaro.
Quando cammini cadenzatamente
bella nell’espansione,
si direbbe, al vederti, che un serpente
danzi in cima a un bastone.

Danza per me, nuda
(Invocazione animista della tradizione Igbo, Africa occidentale)

Negra è la mia calda voce d’Africa,
terra d’enigmi e frutto di ragione.

Danza per me nuda, per la gioia del mio sorriso.
Per la bellezza che offre allo sguardo
il tuo seno che nasconde segrete virtù.

Danza per l’aurea leggenda di notti infinite,
per i tempi nuovi e i secolari ritmi della nostra Africa.
Infinito trionfo di sogni e di stelle,
amante docile alla stretta dei segreti ritmi.

Danza per la vertigine del brivido dell'amore,
per la magia del Cuore che il mondo esprime.

Danza nuda perché intorno a me bruciano i miti,
si incendiano i miei sensi, e solo se entrerai in me
il fuoco potrà spegnersi in grandi esplosioni di gioia
nel cielo dei tuoi pensieri.

Danza nuda,
fammi accarezzare i tuoi seni,
fammi abbracciare le tue nudità
deve arde la fiamma verticale dell'Amore.

Sei il viso dell’iniziato,
che sacrifica la follia ai piedi dell’albero guardiano.

Idea del Tutto.
Sei voce dell’Antico all'assalto delle chimere.

Sei il Verbo che esplode
in razzi miracolosi sulle rive dell’oblio.

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Non Una di Meno. Verso il 23N, chiamata per artist@ e cospiratrici

23 Novembre, Roma ore 14:00 @Piazza della Repubblica

Non una di meno
23-24 Novembre. Manifestazione a Roma contro la Violenza maschile sulle Donne

23 Novembre, Roma, ore 14:00 @Piazza della Repubblica.

Siamo le attiviste di Non Una di Meno, il movimento transfemminista che combatte la violenza maschile, razzista, economica ed ambientale.

Il 23 novembre inonderemo le strade di Roma e vorremmo averti con noi.

Perché le tue performances, le tue immagini, la tua musica e le tue parole raccontano di donne che vogliono trasformare il mondo, di corpi desideranti che si ribellano alla misoginia, al razzismo e al ricatto della povertà.

Perché ogni rivolta ha bisogno di corpi, suoni, immagini e parole.

Ti invitiamo a unirti a noi, come puoi:

  • Vieni in corteo,
  • Usa i microfoni di "Non Una di Meno",
  • Sostieni #NonUnadiMeno sui social con un post,
  • Diffondi un’immagine del pugno di fuoco o il pañuelo fucsia, simboli del movimento.

Da oggi al 23 novembre e all’infinito, respiriamo e cospiriamo insieme "Contro la Violenza maschile sulle Donne".

Che la rivolta abbia inizio!

Manifesti

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Razzismo negli Stadi (e non solo)

Le pillole di Maris Davis

Razzismo negli Stadi (e non solo negli Stadi)

Domenica a Verona, durante la partita Verona-Brescia, si è consumato l'ennesimo atto di "razzismo" contro un giocatore di colore.

Mi ha fatto davvero "schifo" la società del Verona che, per bocca dell'allenatore prima, e poi nelle dichiarazioni del presidente, hanno minimizzato l'episodio relegandolo a semplici "sfottò" della curva.

Come se non bastasse questa mattina il capo-ultrà dei veronesi rilascia un'intervista dicendo che Balotelli NON è italiano perché nessun "negro" può mai essere italiano, nemmeno io quindi.

Nemmeno le ragazze di colore dell'atletica italiana che hanno contribuito alle medaglie "italiane" agli ultimi mondiali.

Nemmeno le ragazze della pallavolo femminile che hanno fatto arrivare l'Italia ai vertici mondiali ed europei.

Nemmeno i tanti altri calciatori neri (non c'è solo Balotelli) della serie A e della serie B italiana, per non parlare dei tantissimi che militano nelle squadre minori.

Nemmeno il quasi milione di bambini di colore nati e cresciuti in Italia, che studiano e vanno a scuola, che fanno sport in Italia.

E poi mi vengono a dire (proprio a me) che in Italia il razzismo non è esiste. Eccome se esiste, adesso è perfino "spavaldo e arrogante" spalleggiato da una certa politica becera e rude, come dimostra quell'ultrà veronese che il giorno dopo ha fatto dichiarazioni aberranti e "razziste" affermando che i neri non potranno mai essere italiani fino in fondo. Uno così dovrebbe essere nelle "patrie galere" e non libero di "vomitare sterco"

La prova che l'Italia scivola sempre di più verso il razzismo è anche il fatto che le destre compatte si sono astenute in Parlamento sulla Commissione Segre contro il Razzismo, ma è soprattutto il fatto che sempre di più la società italiana "tollera" certi episodi minimizzandoli.

Se va avanti così temo che il prossimo "Mussolini" NON è lontano. La Storia a qualcuno NON insegna nulla.

Spero e mi auspico che la gente perbene si svegli, non resti indifferente, ed inizi a ribellarsi a questa deriva. E mi auguro che il "Verona Calcio" abbia dalla federazione una SEVERA ed esemplare punizione (che alla fine è risultata essere la semplice chiusure della curva per una sola giornata, che tristezza). NON è più possibile MINIMIZZARE.

E poi si viene a sapere perfino che alcuni consiglieri comnali di destra veronesi sono intenzionati a denunciare Balotelli per aver "offeso" la città di Verona. Tristezza infinita.

Per fortuna la società del Verona Calcio (almeno quella) si è riscatta, impedirà al capo-ultrà razzista di entrare allo stadio per dieci anni.

"Non sono razzista, ma .. C'è un'Italia che sta facendo l'abitudine al Razzismo"
(mio articolo, giugno 2019)

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Nigeria. L’esercito stupra le vittime di Boko Haram

Rapporto Amnesty International. Per contrastare i terroristi Boko Haram nel nordest, l’esercito nigeriano ha fatto terra bruciata, costringendo le popolazioni dei villaggi in appositi campi e nel centro di detenzione militare di Giwa. Dove, documenta l’organizzazione internazionale,  migliaia di donne, molte delle quali già schiavizzate dai jihadisti, hanno subito violenze sistematiche. Sotto accusa i militari e una milizia alleata.

Nigeria, L'esercito stupra le vittime di Boko Haram.

Sopravvissute alle violenze di Boko Haram, ma non per questo al sicuro. In un rapporto pubblicato qualche giorno fa, dal titolo “Ci hanno tradite”, Amnesty International ha denunciato le violenze sistematiche subite da migliaia di donne nigeriane tra il 2015 e il 2016, e in alcuni casi ancora in atto, nei diversi campi in cui erano rifugiate. Nel report si legge che tali crimini sono stati commessi dall’esercito nigeriano e dalla milizia alleata, Task force civile congiunta (Jtf).

Tra la metà del 2015 è la metà del 2016 una serie di operazioni militari dell’esercito nigeriano nello stato di Borno, nordest della Nigeria, ha portato alla riconquista di diversi territori che il gruppo terroristico Boko Haram, fondato nel 2002 da Muhammed Yusuf, aveva occupato a partire dal 2014. In seguito a tali azioni militari migliaia di persone che vivevano in zone rurali vicine sono state costrette a spostarsi nei cosiddetti “campi satellite”, ovvero aree destinate agli sfollati interni istituite dall’esercito nigeriano nelle zone strappate a Boko Haram.

Queste ricollocazioni sono avvenute spesso con l’utilizzo della forza, e in diversi casi le donne sono state divise dai mariti, confinate nei campi satellite e lì costrette a subire violenze e stupri in cambio di cibo. Numerosi anche i casi in cui donne, una volta schiave di Boko Haram, sono state liberate e successivamente imprigionate in centri di detenzione con l’accusa di aver avuto dei legami con il gruppo estremista, e di conseguenza etichettate come «vedove di Boko Haram»

Amnesty documenta questa situazione attraverso foto, video e oltre 250 interviste fatte tra campi per profughi interni e centri di detenzione tra cui la base militare di Giwa, la principale struttura militare di detenzione nello stato di Borno.

Schema consolidato

Così Amnesty è riuscita a ricostruire uno schema seguito dall’esercito nigeriano e dalla Jtf. Nella maggior parte dei casi, i villaggi sono fatti evacuare come azione preventiva nei confronti di possibili attacchi da parte di Boko Haram, diversi anche i casi in cui l’esercito è ricorso ad evacuazioni forzate radendo al suolo o incendiando i villaggi, come documentato da alcune immagini satellitari.

Dopo l’evacuazione gli abitanti dei villaggi sono sottoposti a interrogatorio per accertare possibili legami con il gruppo terroristico. Nella maggior parte dei casi le donne sono separate dai mariti, i quali vengono trasferiti nei centri di detenzione militare senza alcuna accusa e lì picchiati e tenuti in prigionia. Soprattutto nelle città di Bama e Banki, Amnesty ha documentato uno schema d’azione che consiste nella separazione dal resto dei rifugiati della maggior parte degli uomini in età da combattimento (dai 14 e ai 40 anni), confinandoli nella struttura di detenzione militare di Giwa.

Questa sorte riguarderebbe centinaia se non migliaia di uomini, vittime di violenze sommarie. Diverse donne intervistate hanno raccontato di non aver avuto più informazioni sul marito una volta imprigionato. Questa separazione forzata costringe le donne a badare da sole alla famiglia e le espone alle violenze dell’esercito e della milizia.

Decine di donne hanno raccontato di essere state stuprate nei campi satellite da soldati e miliziani della Jtf e di essere state ridotte alla fame per diventare le loro “fidanzate”, ossia essere disponibili a rapporti sessuali a ogni evenienza.

Cinque donne hanno riferito ad Amnesty International di essere state stuprate tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016 nel campo Ospedale di Bama. Una di loro, 20 anni: «Ti davano da mangiare di giorno, poi a sera venivano a prenderti. Un giorno un miliziano mi ha portato il cibo e il giorno dopo mi ha invitato ad andare a fare rifornimento d’acqua da lui. Arrivati nel suo alloggiamento, mi ha stuprata. Poi mi ha detto che se volevo viveri avrei dovuto essere sua moglie». Lo sfruttamento sessuale continua ancora adesso, agevolato da un clima di paura. «È scioccante costatare che persone che hanno sofferto tanto a causa di Boko Haram debbano subire altri abusi», ha dichiarato Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria.

Governo immobile

Nell’agosto 2017 il vicepresidente nigeriano Yemi Osinbajo ha istituito una commissione d’indagine per esaminare la situazione. Molte donne hanno testimoniato dinanzi alla commissione, che nel febbraio 2018 ha trasmesso il rapporto finale al presidente Muhammadu Buhari. Ora il presidente, che spesso ha dichiarato il suo impegno in difesa dei diritti umani, è chiamato a porre fine all’impunità di esercito e milizia.

Anche Amnesty International ha trasmesso le sue conclusioni alle autorità nigeriane, ma finora non ha ricevuto alcuna risposta. Nel frattempo, il ministero della difesa ha accusato Amnesty International di voler destabilizzare il paese e ha esortato «tutti i cittadini rispettosi della legge a continuare a fidarsi e sostenere l’esercito nella guerra in corso contro Boko Haram»

La lotta contro Boko haram ha causato oltre 2,7 milioni di sfollati e migliaia di morti. Nonostante il governo continui a propagandare la sconfitta imminente del gruppo terroristico, il rapporto di Amnesty dimostra che ancora molto rimane da fare per garantire la sicurezza nel nordest del paese.

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell’acqua

L’insieme di permessi che regolamentano ancora oggi l’utilizzo delle fonti idriche per l’agricoltura, in gran parte dei paesi, risalgono all'epoca coloniale.

Un sistema superato dai regimi consuetudinari in uso prima dell’arrivo dei bianchi che continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali, ma che creano un limbo legale che finisce per avvantaggiare latifondisti e grandi aziende, spesso straniere.

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell'acqua

Nel 1929 nella colonia e protettorato inglese del Kenya, venne approvato il primo sistema di permessi sulle risorse idriche nazionali per l’irrigazione. L’ordinanza dichiarava esplicitamente “l'acqua di ogni corpo idrico è proprietà della Corona britannica e il suo controllo conferito al governatore in loco”. L’espressione corpo idrico si riferiva sia all'acqua di superficie sia alle falde sotterranee. Qualsiasi utilizzo, deviazione, interruzione di queste acque, richiedeva un’apposita autorizzazione. Solo le paludi o le sorgenti che si trovavano all'interno di terreni di proprietà, quasi sempre essenzialmente di coloni, erano esenti dagli obblighi burocratici.

È passato quasi un secolo da allora e 55 anni dall'indipendenza del Kenya, eppure il diritto all'acqua è rimasto fermo nel tempo. Molti paesi africani, una volta divenuti indipendenti, hanno mantenuto e rafforzato le regole coloniali sul consumo dell’acqua e le leggi consuetudinarie in uso prima dell’arrivo dei bianchi, sebbene riconosciute, sono rimaste sempre in una posizione subordinata.

Piccoli coltivatori indeboliti

Almeno questo è ciò che avrebbero voluto i governi. Nella prassi, con l’aumento esponenziale dei piccoli agricoltori, l’implementazione dei permessi è divenuta logisticamente impossibile e quindi, di fatto, i regimi consuetudinari continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali.

Secondo alcuni studi condotti in Sudafrica e Ghana, sarebbero milioni i piccoli contadini che investono in strumenti idrici di auto-approvvigionamento e condivisione delle acque, superando di gran lunga i progetti pubblici su larga scala. E la Banca Mondiale è ben consapevole di quella che lei stessa descrive come una “rivoluzione già in atto

Una rivoluzione che tuttavia appare insufficiente per arginare le continue crisi alimentari che imperversano nel continente. Anche il sistema formale dei permessi, infatti, contribuisce a indebolire l’accesso a una risorsa vitale per l’agricoltura, come l’acqua, stremando i contadini, riducendo i loro mezzi di sostentamento e la sicurezza alimentare di buona parte dei paesi.

Le grandi dighe nella Valle dell’Omo in Etiopia e il sistema di sbarramenti sul fiume Sanaga in Camerun, sono due esempi che dimostrano quanto questi enormi progetti abbiano avuto un alto costo sociale ed ambientale.

Secondo la Banca Mondiale, circa il 90% delle terre rurali africane non è certificato, ma è sottoposto direttamente al diritto consuetudinario. Per poter utilizzare l'acqua in molte parti dell'Africa è necessario possedere dei terreni e il riconoscimento dell’irrigazione informale andrebbe a rafforzare proprio i diritti fondiari.

Decolonizzare l’acqua

“Decolonizzare l’acqua” è il concetto chiave della proposta lanciata da International Water Management Institute (IWMI) durante la 7°edizione della Settimana dell’Acqua (Africa Water Week), tenutasi un mese fa a Libreville, in Gabon.

Il report si basa su una ricerca condotta in Kenya, Malawi, Zimbabwe, Sudafrica e Uganda, sulle modalità di accesso all'acqua. Viene evidenziato come nella popolazione totale dei cinque paesi, più di 165 milioni di persone, solo i latifondisti, grandi aziende o miniere, riescono a destreggiarsi nel complicato e costoso processo delle autorizzazioni, mentre i piccoli proprietari terrieri rimangono in un limbo legale con la possibilità di irrigare solo un acro di terreno.

L'IWMI e l’ong sudafricana Pegasys propongono un “approccio ibrido” per superare quest’ingiustizia amministrativa: riconoscere i permessi esistenti e le pratiche consuetudinarie sull'acqua.

Secondo il report, il sistema dei permessi sull'acqua può esistere, ma come semplice strumento normativo. Le tasse vanno ad applicarsi ai pochi coltivatori su larga scala che determinano impatti sull'ambiente più forti rispetto ai piccoli fruitori, scoraggiando l’uso dispendioso e sproporzionato dell’acqua, proprio laddove rappresenta una risorsa più che mai preziosa.

Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere senz'acqua

E anche l'Italia non se la passa molto bene

Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.

Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto.

Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

Dal 1960 a oggi il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, e anche Roma, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.

Quali sono le zone più interessate

La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del Golfo Persico, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

Ci sono eccezioni virtuose: l’Oman è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’India, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli Stati Uniti (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del Sudafrica (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.

Cosa si può fare

Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.

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Blog di Maris Davis

Guerre dimenticate. I dieci conflitti (anzi undici) scomparsi dalle cronache internazionali e dall’attenzione dei media

Conflitti e Guerre di cui nessuno parla, e che proprio per questo non interessa a nessuno risolvere. Si trovano soprattutto in Africa, ma anche in Asia, America Latina ed Europa. Lo rivela il report annuale del Norwegian Refugee Council.

Nigeria, profughi in fuga dalle atrocità di Boko Haram

Dal Congo al Donbass, passando per il Camerun, il Burundi, la Repubblica Centrafricana l'Afghanistan e il Venezuela. Sono queste le crisi e le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti. Ma nonostante questo, grazie anche al silenzio assordante dei media, non riescono ad ottenere un concreto sostegno internazionale.

A denunciarlo è il Norwegian Refugee Council (NRC) che ha appena pubblicato un rapporto annuale sui dieci Paesi con le crisi più dimenticate al mondo. La lista completa comprende anche il Mali, il Darfur, il Venezuela e la guerra in Libia.

L’organizzazione sostiene che alcune crisi ricevono molta più attenzione e aiuto di altre. I motivi sono diversi. «La negligenza può essere il risultato di una mancanza di interesse geopolitico, oppure le persone colpite potrebbero sembrare troppo lontane e troppo difficili da identificare». Inoltre, questa differenza potrebbe anche essere «il risultato di priorità politiche contrastanti»

Guerre dimenticate nel mondo. I media nel 2018

Sono vari i fattori che determinano se una crisi riceve o meno una copertura da parte dell’informazione mainstream. Nel rapporto, che ha utilizzato i dati di monitoraggio dei media forniti dalla società Meltwater e parla della situazione nel 2018, si legge che «il livello di attenzione non è necessariamente proporzionale alla dimensione della crisi». E anche quando sono pubblicate informazioni su un conflitto, «la situazione dei civili potrebbe essere oscurata a causa di strategie di guerra e alleanze politiche»

Camerun

In Camerun la crisi iniziata con proteste pacifiche alla fine del 2016 si è intensificata, fino a diventare un vero conflitto tra gruppi armati governativi e ribelli. Fino ad ora, più di 450 mila persone sono state sfollate e quasi 800 mila bambini non possono andare a scuola. Il paese africano è spaccato in due tra regioni francofone e anglofone. Le aree dove si parla inglese sono discriminate politicamente ed economicamente dal governo.

Centinaia di villaggi sono stati bruciati, decine di migliaia di persone si nascondono nella boscaglia senza aiuti umanitari e nuovi attacchi sono in atto ogni giorno. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere la Nigeria, in cerca di sicurezza.

«Nonostante l’entità della crisi, i bisogni umanitari non vengono soddisfatti. La mancanza di informazioni e l’attenzione politica internazionale hanno permesso che la situazione si deteriorasse da manifestazioni non violente a vere e proprie atrocità commesse entrambe le parti»

Per reprimere le rivendicazioni indipendentiste, il governo è ricorso a un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si registrano arresti di massa e un ingente spiegamento delle forze di sicurezza.

Repubblica Democratica del Congo

Nel 2018, quando i combattimenti inter-etnici sono ripresi nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. Circa un milione di persone, invece, sono sfollati interni. «La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari», si legge nel rapporto. A questa situazione si è aggiunto un focolaio di ebola nell'agosto dello scorso anno. Un anno fa.

«L’attenzione dei media internazionali durante tutto l’anno si è concentrata principalmente sull'esito delle elezioni presidenziali ritardate e dell’epidemia di Ebola, spingendo una delle peggiori crisi umanitarie sul pianeta nell'ombra della coscienza del mondo»

Le recenti elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018 hanno visto vincitore a sorpresa Félix Tshisekedi, leader dell'opposizione, che eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.

Il diffondersi dell'epidemia di ebola che da un anno persiste proprio nelle regioni attraversate dal conflitto aggrava non poco una situazione già di per se disastrosa. Una regione dove persistono decine di milizie armate al soldo di non si sa quale "padrone", o quale paese africano od occidentale che sia, con l'unico obiettivo di mettere le mani sui più ricchi giacimenti di minerali preziosi al mondo, e dove anche gli operatori umanitari sono presi di mira e attaccati.

Repubblica Centrafricana

Nella Repubblica Centrafricana, 2,9 milioni dei 4,6 milioni di abitanti del Paese hanno urgente bisogno di aiuti umanitari. Gruppi armati locali controllano la maggior parte delle regioni e ripetuti episodi di violenza continuano a costringere i civili ad abbandonare le proprie abitazioni. Allo stesso tempo, la criminalità è in aumento.

Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2018. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.

Vittime delle violenze anche gli operatori delle ONG, che sono stati regolarmente attaccati e intimiditi. Proprio per questo, alcune organizzazioni sono state costrette a sospendere o a ritirarsi.

Burundi

Quando nel 2015 il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato i piani per candidarsi alla presidenza per il suo terzo mandato, le proteste di piazza si sono trasformate in violenti scontri e la polizia ha risposto brutalmente ai disordini politici. Per questo quasi 500 mila persone sono fuggite in cerca di sicurezza nei Paesi vicini. La maggior parte dei rifugiati è scappato nella vicina Tanzania, mentre altri sono andati in Rwanda, Uganda e in Congo.

«A causa della mancanza di attenzione da parte dei media e di finanziamenti inadeguati da parte della comunità internazionale, i rifugiati non sono in grado di coprire i loro bisogni primari. Vivono in campi sovraffollati, non hanno abbastanza da mangiare e sono minacciati dalle malattie trasmesse dall'acqua»

Sudan, Darfur

Una guerra a bassa intensità ma con 700 mila persone abbandonate a loro stesse. Un deserto di capanne e baracche di fango e lamiere. Sorvolando in elicottero ‘al Salam’ l’impatto visivo del campo racconta della vastità della crisi umanitaria dimenticata da tutti.

La crisi è iniziata con il deflagrare del conflitto fra i ribelli della regione occidentale del Sudan e l’esercito di Khartoum il 26 febbraio del 2003. Il governo sudanese non si è limitato agli attacchi militari verso il Sudan Liberation Army ma ha esteso l’azione repressiva nei confronti di tutta la popolazione del Darfur: oltre 400 mila morti e 2 milioni e 800 mila sfollati, di cui solo un milione ha fatto rientro nelle aree pacificate. A distanza di 16 anni, seppure la guerra ad alta intensità sia limitata ad alcune aree, la situazione per i profughi è più disperata che mai.

L’Unamid, la missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2008, ha abbandonato l’area concentrando le attività nel nord della regione nell’ottica di una smobilitazione progressiva concordata tra l’Onu, con un voto in Consiglio di sicurezza, e il Sudan.

Per le atrocità commesse in Darfur l'ex-presidente del Sudan, Omar al Bashir, è stato condannato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'Umanità.

Sud Sudan

Il Sud Sudan è il più giovane Stato al mondo, diventato indipendente nel 2011 dopo un conflitto ventennale con il Sudan. Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza il governo non si era però mostrato in grado di governare con efficienza, a causa soprattutto delle molte divisioni etniche e di una controversia tra le varie fazioni per la gestione e la vendita del petrolio.

Nel dicembre del 2013 è cominciata una guerra civile molto violenta che non si è mai fermata. Da una parte c’è il presidente Salva Kiir, a capo del paese dall'anno dell’indipendenza, e dall'altra l’ex vicepresidente Riek Machar. L’opposizione tra i due schieramenti è alimentata anche da antiche divisioni etniche, e cioè dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar.

In questi anni entrambi gli schieramenti si sono macchiati di orribili crimini contro i civili, assalti a villaggi, stupri di massa, esecuzioni sommarie e arruolamento di bambini soldato. Un terzo della popolazione, 2 milioni e mezzo di persone, sono state costrette a fuggire. Attualmente più di un milione e mezzo di sud sudanesi si sono rifugiati nella vicina Uganda.

Dal 2016 e fino all'ultimo di inizio 2019 si sono firmati decine di accordi di pace tra i due gruppi in conflitto, tutti puntualmente violati. Attualmente il paese si trova al centro di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, una crisi aggravata anche dal perdurare della siccità che ha colpito in questi anni il Corno d'Africa.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, ma è già fallito

La terza popolazione con più profughi nel mondo, lo certifica l'Unhcr, sono i Sud Sudanesi. Ma l'Europa e l'occidente in generale non si accorge dei quasi 2 milioni e mezzo di loro costretti a scappare: la quasi totale maggioranza sta sparsa nei campi di accoglienza dell'Africa centrale.

Ancora nel 2018, dalla zona di conflitto del Sud Sudan si è registrata la più grande fuga di popolazione: solo l'Uganda ospita un milione e mezzo di rifugiati, e anche il Congo, il Kenya e l'Etiopia fanno la loro parte. Il Sud Sudan (in teoria lo Stato più giovane al mondo nato nel 2011 dopo una guerra lunga 20 anni con il Sudan) è in realtà uno Stato fallito, teatro dal 2013 di una cruenta guerra civile. Negoziati per il cessate il fuoco si sono svolti a più riprese ad Addis Abeba tra le due fazioni del presidente Salva Kiir e l'ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie dinka e nuer.

Ma ogni intesa raggiunta si è poi dissolta nel giro di poco tempo e non si intravedono soluzioni a breve termine, per un conflitto che dal 2013 ha fatto 50mila morti. In uno “Stato” ricco di petrolio dove per l'Onu milioni di sud-sudanesi sono a rischio carestia.

Anche l'Europa ha la sua guerra "dimenticata", il Donbass in Ucraina

Giunto ormai al sesto anno, il conflitto armato in Ucraina non si ferma e una soluzione concreta non sembra arrivare. Le ostilità continuano a danneggiare le infrastrutture. Centinaia di migliaia di sfollati e case distrutte. Mentre i bambini non possono andare a scuola.

«Anche se nel corso del 2018 sono entrati in vigore cinque accordi di cessate il fuoco, che hanno comportato una riduzione delle vittime, sono stati tutti di breve durata. Il conflitto armato rimane una realtà quotidiana per tutte le persone che vivono vicino alle prime linee»

I 10.000 morti delle trincee ucraine

La battaglia navale nell'autunno dello scorso anno nello Stretto di Kerch, tra la Crimea annessa dalla Russia e l'Ucraina ha riacceso i riflettori su un conflitto a cosiddetta bassa intensità, ma mai risolto.

Dall'invasione della Crimea e dalle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass, nel lembo orientale dell'Ucraina, in 5 anni secondo i dati dell'Onu del 2018 si sono contati più di 10mila morti, 30 mila feriti e circa 2 milioni di sfollati, oltre 3 mila i civili uccisi. Non si è mai smesso di sparare, nonostante gli accordi del 2015 di Minsk, tra Donetsk, Kharkiv e Lugansk il cessate il fuoco è di norma violato.

Nelle zone cuscinetto tra le città filorusse e l'Ucraina si muore e si resta mutilati anche per le mine. Decine e decine i civili sono rimasti uccisi o feriti, si muore per colpi d'artiglieria, per gli spari e per le per granate. Nella trincea del Donbass, la scintilla tra Ucraina e Russia, evitata lo scorso autunno per un soffio, può sempre riesplodere.

In Yemen la crisi più grave al mondo, ma se ne parla poco

Le bombe contro scuole e abitazioni civili sono "made in Italy"

Quasi 85 mila bambini morti per fame o per malattie, oltre 10 mila civili caduti in guerra, l'80% dei minori bisognosi, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, di assistenza umanitaria.

Numeri terribili che arrivano dallo Yemen, la peggiore crisi umanitaria al mondo. Uno spiraglio per la pace si è aperto, con l'accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell'Onu di Stoccolma, anche grazie al mutato atteggiamento internazionale verso l'Arabia Saudita. Dopo l'omicidio di Jamal Khashoggi ordinato dai vertici di Riad, anche il Senato degli Usa ha votato per la fine del coinvolgimento nei raid sauditi, dal 2015 in Yemen.

Ma per troppi anni è calato il silenzio sulla distruzione di San'a' e le bombe contro scuole e abitazioni sono state confezionate anche in Italia. Diversi Stati europei, capofila la Germania, stanno interrompendo le forniture di armi a Riad, ma in Sardegna si punta a triplicare le bombe made in Germany ai sauditi. Destinazione proprio lo Yemen, dove le migliaia di profughi non raggiungono l'Europa, privi di soldi per fuggire.

In Italia ultimamente va di moda chiudere i porti per chi fugge da queste guerre, e aprirli invece per le armi e per gli armamenti che alimentano queste guerre e questi conflitti

Venezuela. Inflazione al milione per cento

Dal 2013, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno lasciato il Paese rifugiandosi negli Stati confinanti.

L'esodo, esploso nell'ultimo biennio, è la conseguenza della grave crisi economica che, dalla morte di Hugo Chavez, ha avvitato il Venezuela: in cinque anni il Pil è crollato del 40% e alla fine del 2018 l'inflazione ha toccato il milione per cento. I numeri mostruosi si traducono nella drammatica mancanza di beni di consumo di base e di farmaci.

Non basta ormai uno stipendio mensile, tra i più bassi al mondo, per una porzione di carne o altri generi di prima necessità. La maggior parte dei Paesi ha interrotto i rapporti commerciali con Caracas, isolata nell'asse con Cuba.

Anche la Chiesa ha denunciato il «disastro senza fine». Per l'emergenza umanitaria, l'Ecuador ha dichiarato lo Stato di emergenza. Mentre in Venezuela il presidente Nicolas Maduro, ottuso epigono del Caudillo, reprime il dissenso interno, facendo sparare sui manifestanti e imbavagliando magistratura e parlamento.

Afghanistan. Record tragici

L'Occidente combatte dal 2001 in Afghanistan. 18 anni di guerra eppure oltre metà della popolazione del Paese è ancora sotto il dominio degli estremisti islamici. E la loro espansione territoriale è, oggi, più estesa che mai. Una guerra iniziata dagli Stati Uniti per ritorsione dopo le stragi dell'11 settembre.

Metà della popolazione afghana vive sotto il controllo dei talebani oppure in un’area contesa al governo di Kabul dagli estremisti islamici. Gli stessi americani ammettono che l’espansione territoriale dei talebani è la più estesa dal 2001, quando l’Emirato islamico crollò sotto i bombardamenti Usa dopo l’11 settembre. Nonostante il lungo, sanguinoso e costoso intervento occidentale siamo al punto di partenza, o forse peggio.

Il problema è che solo alcuni anni fa l'Afghanistan era sulla bocca di tutti, e nelle prime pagine di tutti i media internazionali. Oggi, stante ai deludenti risultati sia sul campo militare che in quello politico, di Afghanistan si sente parlare solo in occasione di attentati, e nel 2018 ce ne sono stati tanti, tantissimi, un vero record.

Il 2018 per l'Afghanistan ha segnato un altro record di vittime in attacchi o attentati suicidi. Quasi 1700 morti civili, nei primi sei mesi dell'anno secondo l'Onu: un trend più negativo del 2017, a sua volta più negativo del 2016. Il crescendo è dovuto alla penetrazione dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, distinti dai talebani, in ritirata dalle guerre in Siria e in Iraq e alla ricerca di uno Stato rifugio.

L'Isis si espande, dalla provincia del Nangarhar, soprattutto nel Nord-Est, e i campi di addestramento afgani sono una fucina anche per nuovi combattenti. Dall'ultimo rapporto delle Nazioni Unite è anche emerso che i morti e i feriti a causa dei talebani (42%) e dell'Isis (18%) sono quadruplicati: il governo controlla poco più del 50% del territorio, il resto è in mano ai signori della guerra che hanno anche raddoppiato la produzione di oppio. Più di 60 morti si sono contati anche ai seggi e tra i candidati delle Legislative del 2018.

La normalità è impossibile e perciò l'Afghanistan resta tra i Paesi con più profughi al mondo, oltre 2 milioni e mezzo, il 79% di loro minori.

Anzi undici, la mia Nigeria. Boko Haram

Dal 2009 le regioni nord-orientali della Nigeria sono al centro di attentati sanguinosi, rapimenti, assalti a villaggi da parte del gruppo integralista islamico Boko Haram. Assalti contro obiettivi cristiani come scuole e Chiese. Il 2015 è stato l'anno più tragico quando, dopo un'offensiva durata alcuni mesi, le milizie islamiche conquistarono diverse città nel nord-est del paese e proclamarono lo Stato islamico di Nigeria e dell'Africa occidentale, riuscendo a controllare un territorio grande come il Belgio e l'Olanda messi insieme.

La contro-offensiva dell'esercito nigeriano, in coalizione con gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun, iniziò dopo alcuni mesi e nel 2017 i territori prima controllati da Boko-Haram furono completamente liberati e i miliziani in ritirata rifugiati nella impenetrabile foresta si Sambisa e nelle aree intorno al Lago Ciad.

Ad oggi, nella stessa area, continuano gli attentati, non più solo contro obiettivi cristiani, ma anche contro moschee, ospedali, mercati all'aperto, ecc.. È diventata ormai prassi l'uso di bambine kamikaze, un crimine atroce per compiere un altro crimine atroce.

Le atrocità di Boko Haram hanno provocato 2,7 milioni di profughi, oltre 25.000 morti, una devastante crisi umanitaria e alimentare attorno al lago Ciad, aggravata anche dalla perdurante siccità, dove 20 milioni di persone sono al limite della sopravvivenza.

Negli ultimi 5 anni si stima che almeno duemila ragazze siano state rapite, costrette a conversioni all'Islam per diventare mogli degli stessi miliziani, usate per scopi sessuali, ridotte in schiavitù e spesso costrette a diventare kamikaze.

Ma nell'area del Sahel non c'è solo Boko Haram. In Somalia agiscono i miliziani Al-Shabaab, nella Repubblica Centrafricana i Seleka, e gruppi di tuareg che agiscono tra il Mali settentrionale, Burkina Faso e Niger. Tutti gruppi che mirano ad introdurre e diffondere l'Islam integralista nell'Africa sub-sahariana, un disegno appoggiato dall'Arabia Saudita che, quasi certamente, fornisce armi di ultima generazione a tutto l'integralismo islamico in Africa.


La nostra Campagna Informativa
"Guerre dimenticate dell'Africa"
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Ciao “fratello” RAZZISTA

di Nawal Soufi

Ciao “fratello” RAZZISTA. Vuoi sapere perché i migranti non vogliono essere riportati in Libia?

Una lettera forte, cruda, in poche parole fotografa la tragedia e la sofferenza dei migranti rinchiusi dei "lager" libici. Un pensiero che ha colpito tutti e per questo sta facendo il giro del web. Una lettera scritta dall’attivista Nawal Soufi che, razzista o no, dovresti leggere anche tu, imparare a memoria e aiutarci a diffondere.

Ciao “fratello” RAZZISTA

Vuoi sapere perchè i migranti non vogliono essere riportati in Libia?

Ok

Ti risponderò con delle domande

Ti è mai capitato di violentare tua madre perché qualcuno ha il fucile puntato contro di te e contro di lei?

Ti è mai capitato di violentare tua sorella e di vedere nascere tuo figlio dalla pancia di tua sorella?

Sai quanti figli di scafisti (e di trafficanti di uomini) abbiamo in Europa?

Cioè, sai quante donne hanno partorito al loro arrivo dei bambini non voluti?

Sai cosa significa mangiare un pezzo di pane in 24 ore e vedere un pezzo di formaggino come fosse oro?

Ti è mai capitato di fare i tuoi bisogni dentro un secchio e davanti agli occhi di centinaia di persone?

Ti è mai capitato di avere le mestruazioni e non poterti lavare per settimane o mesi?

Ti è mai capitato di essere messo all’asta e venduto come uno schiavo nel 2019?

Ti è mai capitato di nutrire tuo figlio con thè zuccherato e spacciarlo per latte?

Ti è mai capitato di essere picchiato a sangue perchè chiedi l’intervento di un medico?

Ti è mai capitato di essere fucilato per colpa di uno sguardo di troppo?

Ti è mai capitato di svegliarti con le urine versate in faccia?

Ti è capitato che qualcuno ti aprisse il corpo con un coltello e mettesse subito dopo del sale per sentire maggiormente le tue urla?

Per tutti questi motivi, caro razzista, ti posso classificare tra i criminali che hanno accettato un secondo Olocausto.

- Nawal Soufi -

Nawal Soufi

Nawal Soufi è una giovane donna siciliana, nata in Marocco e venuta in Italia quando aveva solo un mese. Ha salvato decine di migliaia di persone dalla morte per annegamento. Il suo nome in arabo significa “dono

Me ne frego, che muoiano pure lì, basta che non arrivino qui

Che muoiano pure lì, che tornino indietro, che affoghino, basta che non arrivino qui

I grandi promotori del Decreto Sicurezza, pensato e voluto per fermare in ogni modo il soccorso in mare, hanno avuto oggi il loro sacrificio umano: 150 persone, tra donne uomini e bambini, sono naufragate e affogate al largo di Khoms, a 120 km a est di Tripoli.

Persone, non numeri o rifiuti. Persone che tentavano disperatamente di fuggire dall'inferno della Libia, dai campi di concentramento dove subiscono abusi di ogni tipo, dove devono assistere agli omicidi, agli stupri, alle torture fatte su madri, padri, figli.

Il Governo Italiano ha dunque la strage che vuole oggi, a disposizione, per rappresentare ciò che costituisce il vero obiettivo di un Decreto che non riguarda la sicurezza di nessuno, che non ha a che fare con le urgenze di questo paese, che non porterà maggiore ordine e maggiore stabilità.

Il Decreto è l'ennesima triste pagina di una escalation contro chi osa provare a salvare una vita in mare. Perché si deve sapere, tutti lo devono sapere, che quella gente, quei bambini, possono pure morire tra le onde, possono marcire in uno stanzone putrido senza cibo e acqua, possono urlare dal dolore che viene impresso nel loro corpo, ma assolutamente, non devono provare ad arrivare in Italia.

Che muoiano pure lì, che tornino indietro, che affoghino, basta che non arrivino qui

"Sono calati gli sbarchi", dirà l'epigono contemporaneo della banalità del male. "Niente più ONG, che sono taxi del mare", lo seguirà a ruota il codardo compagno di merende. Ed ecco oggi, dal mare, quelle grida soffocate che non ascolta nessuno.

Eccoli i sacrifici umani per voi, tiranni che potete permettere la vita e dare la morte. Inchiniamoci tutti davanti a questo orribile rituale. Abbassiamo la testa, che quelle vittime non possiamo nemmeno guardarle negli occhi. Abbassiamo la testa, perché non riusciamo a fare abbastanza di fronte a questo orrore, ostentato come trofeo ai quattro venti.

Piccoli Schiavi Invisibili 2019. Tratta e sfruttamento sessuale, una ragazza su quattro è minorenne

"Piccoli Schiavi Invisibili 2019", il rapporto Save The Children, nell'Unione Europea un quarto delle vittime è minorenne. In crescita lo sfruttamento sessuale e lavorativo.

Piccoli Schiavi Invisibili 2019, Tratta e sfruttamento sessuale, una ragazza su quattro è minorenne

Secondo il rapporto 'Piccoli schiavi invisibili 2019', le vittime accertate in Italia sono 1.660. I minorenni coinvolti sono passati dal 9 al 13 per cento. Anche sulle 20.500 vittime registrate complessivamente nell'Unione nel biennio 2015-16, più della metà dei casi riguarda lo sfruttamento sessuale, e con un consistente 26% legato a quello lavorativo.

Una vittima su quattro è minorenne

Un quarto delle vittime di tratta in Europa è composto da minorenni e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale, che in Italia è in crescita costante. Le vittime accertate sono 1.660, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti in un anno dal 9% al 13%.

Anche sulle 20.500 vittime registrate complessivamente nell'Unione nel biennio 2015-16, il 56% dei casi riguarda la tratta della prostituzione, con un pur consistente 26% legato allo sfruttamento lavorativo.

Non si può ignorare il fatto che il fiorente mercato dello sfruttamento sessuale delle minorenni in Italia è legato alla presenza di una forte ‘domanda’ da parte di quelli che ci rifiutiamo di definire ‘clienti’, i quali sono parte attiva del processo

Anche se non rappresenta il principale obiettivo del sistema della tratta, lo sfruttamento lavorativo in Italia è in crescita e nel 2018 gli illeciti registrati con minori vittime, sia italiani che stranieri, sono stati 263, per il 76% nel settore terziario. Il numero maggiore di violazioni sono state segnalate nei servizi di alloggio e ristorazione (115) e nel commercio (39), nel settore manifatturiero (36), nell'agricoltura (17) e nell'edilizia (11).

Piccoli Schiavi Invisibili propone quest’anno al suo interno la graphic novel ‘Storia di Sophia. Una vittima di tratta. Una ragazza’, illustrata dal fumettista Roberto Cavone, che racconta la storia vera di un’adolescente nigeriana.

Sfruttamento sessuale, il 64% delle ragazze proviene dalla Nigeria

Provengono dalla Nigeria o dai Paesi dell’est europeo e dai Balcani le ragazze che sono maggiormente esposte al traffico delle organizzazioni e reti criminali, che poi gestiscono in Italia un circuito della prostituzione in continua crescita. Il numero delle vittime di tratta minori e neo-maggiorenni intercettate in sole cinque regioni (Marche, Abruzzo, Veneto, Lazio e Sardegna) dagli operatori del progetto Vie d’Uscita di Save the Children è infatti cresciuto del 58%, passando dalle 1.396 vittime del 2017 alle 2.210 nel 2018, mentre i Paesi di origine sono per il 64% la Nigeria e per il 34% Romania, Bulgaria e Albania.

Il sistema nigeriano

Il business della tratta internazionale a scopo di sfruttamento sessuale adottato in Italia dalla mafia nigeriana si basa su un sistema che si adatta al mutare delle condizioni.

Un esempio: l’adescamento con la falsa promessa di un lavoro in Italia di vittime nella Nigeria del sud, avveniva in gran parte a Benin City (Edo State), ma sembra essersi spostato più a sud, nel Delta State, anche per ovviare agli effetti di un editto della massima autorità religiosa del popolo Edo, Ewuare II, che nel 2018 ha dichiarato nullo il rito juju, utilizzato dai trafficanti per sottomettere le giovani vittime, disarticolando, purtroppo solo temporaneamente, l’intera rete di controllo.

Le ragazze e le donne nigeriane, giunte in Italia dopo un viaggio attraverso la Libia e via mare dove subiscono abusi e violenze, devono restituire alla mamam, la figura femminile che gestisce il loro sfruttamento, un debito di viaggio che raggiunge i 30mila euro e sono costrette a ‘lavorare’ fino a 12 ore tutte le notti, anche per 10-20 euro a prestazione, raccogliendo dai 300 ai 700 euro al giorno.

"Buona parte dei soldi, sottolinea Save the Children, serve per pagare vitto, alloggio e vestiti, spesso anche per l’affitto del posto in strada dove si prostituiscono (joint), e l’estinzione del debito diventa quasi irraggiungibile

Dalle strade alle Connection-House

I trafficanti hanno inoltre spostato il circuito della prostituzione dai luoghi più facilmente identificabili, come le piazzole lungo le provinciali o le maggiori arterie stradali, verso luoghi ‘meno visibili, il cosiddetto giro walk, come le fermate dei bus o i parchi, oppure all'interno delle case, che in alcuni casi sono connection-house, gestite e frequentate prevalentemente da connazionali, come quelle segnalate dagli operatori in Campania e Piemonte.

Albanesi, bulgare e rumene. Il reclutamento e finti "Lover Boy"

Sulle nostre strade è rimasta costante la presenza di ragazze di origine rumena o bulgara, ma si segnala un aumento delle ragazze di origine albanese. Un ritorno che riguarda anche i gruppi criminali albanesi in Italia, secondi solo a quelli nigeriani.

Il reclutamento delle vittime nei Paesi di origine avviene con metodi sempre più efficaci. In Romania, lo confermano diverse testimonianze, ci sono le ‘sentinelle’ dei trafficanti che individuano in anticipo negli orfanotrofi le ragazze che stanno per lasciare le strutture al compimento dei 18 anni, e mettono in atto un adescamento basato su finte promesse d’amore e di un futuro felice in Italia.

I finti “lover boy che sono affiancati ad ogni ragazza lungo il periodo di sfruttamento in Italia, che può durare anni, esercitano un controllo totale e violento, come nel caso, riportato dagli operatori, di una ragazza rimasta incinta indotta ad entrare in una vasca riempita di cubetti di ghiaccio per indurre l’aborto per shock termico.

Il sistema nazionale anti-tratta adottato nel 2016 non è stato ancora rifinanziato dall'attuale governo

La risposta del sistema italiano di tutela delle vittime è ancora frammentaria “ed è necessario potenziarla spiega il dossier. Lo ha rilevato anche il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa che nel 2018 ha condotto una valutazione del quadro normativo e istituzionale nel nostro Paese rispetto all'applicazione della Convenzione Europea in materia.

Secondo Save the Children il primo "Piano Nazionale d’Azione contro la tratta" adottato dai governi Renzi e Gentiloni nel 2016 per tracciare le linee guida del contrasto e della prevenzione ha rappresentato un passo positivo importante, ma è scaduto a dicembre 2018 e non è stato ancora definito un secondo piano dall'attuale governo.

Per quanto riguarda il "Programma Unico di Emersione", che racchiude le misure concrete per l’emersione, l’assistenza e l’integrazione sociale delle vittime, il finanziamento è stato potenziato dall'attuale governo e ammonta a 24 milioni per il triennio 2019-2021.

Vie d'Uscita

L’organizzazione di Save the Children ha attivato dal 2012 il progetto "Vie d’Uscita", realizzato in Marche, Abruzzo, Veneto, Lazio, Calabria, Sardegna e Piemonte. Nel 2018 Vie d’Uscita ha sostenuto 32 percorsi di avviamento all'autonomia di vittime fuoriuscite dal sistema di sfruttamento.

Dal 2016, Save the Children ha poi attivato la "Help-line Minori Migranti" per offrire sostegno a minori stranieri non accompagnati e a chi ha necessità di ricevere informazioni ad hoc, dai familiari dei minori agli operatori delle strutture di accoglienza, dai volontari ai comuni cittadini.

Il servizio, gratuito e multilingue, è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17, al numero verde 800141016.

"Piccoli Schiavi Invisibili 2019"

Rapporto Save the Children sulla tratta e lo sfruttamento di minori

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Internally displaced people, il fenomeno delle migrazioni Sub-Sahariane

Sono "sfollati", ovvero persone costrette ad abbandonare i luoghi d'origine per le cause più diverse. Sono "sfollati interni" se questo movimento di popolo avviene all'interno dello stesso Stato di appartenenza, "sfollati" o "rifugiati" se le persone in fuga sono costrette ad attraversare almeno un confine internazionale.

Un fenomeno in crescente aumento nell'Africa Sub-Sahariana

Ammonta a 28 milioni di persone il numero dei nuovi "Internally Displaced People" (IDPs), registrati solo nel 2018. Questi si aggiungono ai 40 milioni registrati l’anno precedente dall’UNHCR. Si tratta del nucleo centrale delle migrazioni odierne, che lambisce marginalmente l’Europa e che rimane invece circoscritto all'area di conflitto da cui scaturisce o nella sua immediata periferia.

Per dare una definizione precisa, si tratta di “persone o gruppi di persone costrette od obbligate a fuggire o ad abbandonare le loro case o luoghi di residenza abituale, in particolare a causa o per evitare gli effetti di conflitti armati, situazioni di violenza generalizzata, violazioni di diritti umani o disastri naturali o provocati dall'uomo, e che non hanno attraversato un confine internazionalmente riconosciuto

I disastri naturali, la causa principale

La causa principale del loro status è data dai disastri naturali, che ne determinano i due terzi del totale, mentre la restante parte è composta da chi fugge da violenze o conflitti armati. Qual'è, quindi, la differenza sostanziale tra questa categoria e quella più comunemente conosciuta dei “rifugiati

Rifugiati

Il rifugiato è, secondo la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati “Convenzione di Ginevra” del 1951, una persona che “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi

Nel corso degli anni la definizione è stata modificata e ampliata, facendo sì che diventasse centrale il riferimento all'attraversamento di un confine internazionale. Agli IDPs, quindi, non viene riconosciuto uno status speciale dal diritto internazionale: “the term ‘internally displaced person’ is merely descriptive” si legge nelle spiegazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ciò non significa che rappresentino un fenomeno secondario nel vasto scenario migratorio odierno, anzi al contrario: basta guardare quale sia lo Stato con il più alto numero di sfollati interni, le Filippine, con quasi 4 milioni, dei quali la metà a causa del tifone Mangkhut, che ha colpito l’arcipelago all'inizio di settembre dell’anno scorso.

Etiopia

È l’Etiopia ad avere nel 2018, in proporzione, un numero di persone che fuggono dalle armi nettamente superiore a quello di chi ha lasciato la propria casa a causa di disastri: oltre 2,8 milioni contro poco meno di 300 mila persone.

Attualmente, la cifra complessiva si aggira intorno ai 2,5 milioni, ma quest’anno si è toccato il picco, con un’impennata nettissima rispetto al passato e più che raddoppiando il numero registrato nel 2017. Ciò è dovuto all’acuirsi degli scontri nel Paese, in particolare lungo i confini della regione Oromia con la Southern Nations, Nationalities and Peoples’ (SNNP) a sud-ovest, la Benishangul-Gumuz a nord-ovest e il Somali National Regional State (SNRS) a est.

Diversi scontri, tra gli altri, si sono verificati nella capitale di quest’ultima, Jijiga, e nella stessa capitale etiope Addis Abeba. Il conflitto per le risorse e la violenza etnica hanno provocato 2,9 milioni di nuovi sfollati in Etiopia nel 2018, più che in qualsiasi altro paese del mondo e quattro volte il dato del 2017.

Somalia e Corno d'Africa

Anche siccità e carestia sono un fattore chiave nella nascita degli IDPs. soprattutto lungo il confine con la Somalia, dove si concentra buona parte della richiesta di urgenti aiuti umanitari per contrastare la malnutrizione.

Molti somali, dallo scoppio della guerra civile negli anni ’90 ad oggi, vivono in una situazione di precaria sostenibilità, causata anche dalla profonda siccità che devasta regolarmente il Corno d’Africa. I due fenomeni hanno quasi lo stesso peso sulla bilancia degli sfollati, come mostrano i dati IDMC: nel solo anno scorso, 547 mila persone sono state colpite da cause climatiche, a fronte di altri 578 mila soggetti invece alle violenze. Il totale degli IDPs ha così raggiunto i 2,6 milioni di persone.

In Somalia gli scontri regionali, in particolare tra i jihadisti di al-Shabaab e le forze filo-governative, uniti alle espulsioni forzate dalle città, hanno portato al più alto numero di nuovi spostamenti in un decennio. Nel 2014, la Somali Disaster Management Agency (SODMA) ha iniziato la prima fase di profiling degli IDPs, iniziando con cinque dei più grandi insediamenti di sfollati interni a Mogadiscio: Horsed, Tarabunka, Sigale, Darwish e Bondhere. A quella data, erano circa 50 mila le persone registrate nei campi.

Non sorprende, quindi, che lo spostamento interno sia un fenomeno sempre più urbano. Conflitti, shock climatici e progetti di sviluppo su larga scala spingono le persone dalle aree rurali a quelle cittadini, e tali afflussi presentano grandi sfide per i centri e possono aggravare i fattori di rischio esistenti. Le persone che sono fuggite dai combattimenti nella Somalia rurale, ad esempio, affrontano, una volta arrivati a Mogadiscio, situazioni di povertà estrema, insicurezza di ruolo e spostamenti forzati da inondazioni e sfratti. Ecco quindi che gli spostamenti prendono origine anche nelle città, sia che siano scatenati da conflitti, disastri o infrastrutture e progetti di rinnovamento urbano.

Sud Sudan

La guerra civile in atto dal 2013 ha provocato un grave stato di insicurezza. Un terzo della popolazione, 4 milioni di persone hanno abbandonato i luoghi d'origine, sia perché coinvolti direttamente nel conflitto, ma soprattutto per l'impossibilità di coltivare le terre e avviare qualsiasi altro tipo di attività economica come l'allevamento di bestiame. Un milione e mezzo di persone ha trovato "rifugio" in Uganda.

Repubblica Democratica del Congo

Proseguendo nella lista degli Stati con il più alto numero di "Internally Displaced People", troviamo la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Qui nel 2018 sono stati quasi 2 i milioni di sfollati, causati in larga parte dai conflitti armati. In totale, però, la cifra supera i 3 milioni, poiché decenni di disordini continuano a causare nuovi spostamenti.

Le cifre per la Repubblica Democratica del Congo sono altamente prudenti e non catturano l’intero paese, ma si registra un calo rispetto al 2017, quando si sfiorarono i 4,5 milioni. La situazione, però, sembra non conoscere tregua, nonostante i tentativi della diplomazia italiana e francese di riportare la pace nella zona, che dall'inizio degli anni ’90 è immersa in continui scontri.

Le elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 30 dicembre non hanno risolto definitivamente il conflitto, che prosegue nelle provincie del North Kivu, South Kivu, Tanganyika e Kasai Central, oltre all'emergere di nuovi focolai in quelle di Ituri e Mai-Ndombe. L’inizio ufficiale delle attività in loco dell’ISIS e la costante presenza dell’Ebola, fanno sì che la popolazione civile possa difficilmente rimanere serena nelle proprie abitazioni. Infatti, chi decide di abbandonare non solo la propria casa, ma anche il Paese, si dirige principalmente verso quelli più vicini: in primis l’Uganda, che compare anche tra i primi cinque Stati al mondo per numero di rifugiati ospitati.

La stessa Repubblica Democratica del Congo compare al nono posto della classifica sopracitata (paesi che ospitano rifugiati di altri paesi). Come abbiamo visto, infatti, la differenza sostanziale da un IDP e un rifugiato è l’attraversamento intenzionale di un confine nazionale. Questo, nella maggior parte dei casi, si traduce fin da subito con uno spostamento di persone verso gli Stati limitrofi, anziché verso quelli più lontani come quelli europei.

Il caso Nigeria

Dal 2009 è in atto, nelle regioni nord-orientali del paese, un conflitto contro le milizie islamiste di Boko Haram, gruppo integralista islamico. Nel 2015 la crisi si è aggravata a tal punto che, ad oggi, almeno 2,7 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare i luoghi d'origine. Un terzo di di questi si sono "rifugiati" in Camerun e in Niger, il resto è ospitato in campi per "sfollati" nelle zone più sicure del Paese.

Resta grave l'emergenza umanitaria nella zona attorno al Lago Ciad, zona di influenza di Boko Haram, aggravata nel 2018 da un lunghissimo periodo di siccità, e dove almeno 20 milioni di persone sono travolte dalla carestia.

Altri punti di crisi nell'Africa Sub-Sahariana

Oltre ai già citati casi di "Internally displaced people" resta grave la situazione nella regione occidentale dell'Africa Sub-Sahariana, Mali del nord e Burkina Faso, integralismo islamico, e nella Repubblica Centrafricana, guerra civile e violenze.

È sempre gravissima la situazione nella regione del Darfur e in generale in tutta la regione meridionale del Sudan, conflitti armati decennali. Un situazione che potrebbe aggravarsi anche alla luce del recente colpo di stato militare che di recente ha deposto il presidente "genocidiario" Omar al-Bashir dopo 30 di potere assoluto.

Il Niger è invece un paese di passaggio per tutte le migrazioni che dal sud del Sahara si spostano il Libia in attesa di giungere in Europa.

Nel mondo, la crisi siriana e il Libano

Il capitolo della questione siriana, e quindi dei relativi sfollati e rifugiati, merita un’analisi a sé. Anche perché si specchia con la situazione sociale del Libano, meta per molti che fuggono dal Paese governato da Assad ma dove il peso dei propri sfollati interni, risalenti ancora alla guerra civile libanese (1975-1990), si fa ancora oggi sentire.

In un’indagine compiuta da due ricercatori dell’Università dell’Arizona e condotta su oltre 2 mila residenti libanesi, completata nell'estate 2017, oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato di essere stato sfollato durante la guerra civile. Circa il 44% degli intervistati è stato colpito, esposto a bombardamenti, aggressione fisica e tortura o rapimento. Anche tra coloro che non hanno subito violenza diretta, il 70% era a conoscenza di violenze nelle vicinanze del proprio distretto. Di conseguenza, gli intervistati hanno identificato una serie di motivi per lasciare le loro case: minacce alla sicurezza, atti di violenza, situazione economica difficile e mancanza di bisogni primari.

In modo analogo, molti siriani sono stati spostati in più posti. Circa il 12% ha dichiarato di essere stato sfollato in Siria prima di recarsi in Libano. Qui, la vicinanza geografica e la facilità di attraversamento delle frontiere consentono alle persone di andare avanti e indietro per controllare i membri della famiglia e le loro proprietà.

Sempre secondo i dati ottenuti da questo studio, la durata del dislocamento medio si aggira attorno ai 7 anni, ma alcuni libanesi non sono tornati a casa per oltre 40 anni, mentre altri non vi hanno ancora fatto ritorno. Diversi fattori hanno ritardato o impedito alle persone di tornare a casa: impossibilità di ricostruire le proprie case, insicurezza, conflitti religiosi e difficoltà di acclimatamento, ossia l’adattamento che si attua in risposta a variazioni dell’ambiente climatico, alla loro nuova locazione.

Per quanto riguarda i rifugiati siriani, circa il 60% degli intervistati ha espresso il desiderio di tornare a casa; solo il 18% sostiene di non voler tornare in nessun caso. Sulla base dell’esperienza libanese, quindi, è probabile che molti di essi rimarranno sfollati per ancora molti decenni in futuro. Coloro che ritornano, nel frattempo, dovranno essere sostenuti al fine di ottenere soluzioni durature nel loro paese di origine. Un costo che sta lievitando a livello globale, mentre i finanziatori dei fondi predisposti iniziano a tirarsi indietro: il caso del taglio del contributo degli USA al bilancio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) potrebbe essere il primo, importante segnale di un cambio drastico nelle politiche di cooperazione ai PVS dell’Occidente.

Global Report on Internal Displacement 2019
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