Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Il World Food Programme (WFP) lancia l’allarme sul peggioramento delle condizioni di vita in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti. Violenze diffuse e cambiamenti climatici le cause principali.

Burkina Faso. Le speranze di un popolo tra violenza jihadista e una grave crisi umanitaria

Nella fascia saheliana la crisi alimentare super il livello dell'emergenza

L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) ha lanciato oggi l’allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto in Burkina Faso e nei paesi confinanti, nella fascia saheliana centrale dell’Africa occidentale. La violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico le cause principali. Secondo il WFP, la risposta umanitaria deve essere rapidamente potenziata, se si vogliono proteggere e salvare vite nel Burkina Faso e nella regione.

La malnutrizione oltre la soglia dell'emergenza

Il Burkina Faso sta vivendo una crisi drammatica crisi che ha sconvolto le vite di milioni di esseri umani. Quasi mezzo milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e un terzo del Paese è considerato ora zona di guerra. Le associazioni umanitarie registrano tassi di malnutrizione ben al di sopra della soglia di emergenza. Significa che bambini piccoli e madri che hanno appena partorito sono particolarmente in pericolo. Se il mondo vuole davvero salvare vite, questo è il momento

Scuole chiuse e campi abbandonati

C’è stato un brusco aumento delle violenze in Burkina Faso. Nella prima metà del 2019 si sono registrati più attacchi di quanti ne siano avvenuti in tutto il 2018, con vittime civili in numero quattro volte maggiore rispetto a tutto il 2018. I livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all'abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un paese dove quattro persone su cinque contano sull'agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

L’impatto sui 20 milioni di persone che vivono in aree di conflitto nella regione è drammatico. Solo nel Burkina Faso, almeno 486.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nei tre paesi del Sahel centrale (Mali, Burkina Faso e Niger) gli sfollati sono ora 860.000 mentre arrivano a 2,4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza alimentare anche se la cifra aumenta in continuazione a causa del continuo aumento di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di origine.

La sfida contro i cambiamenti climatici

Il WFP e le altre agenzie umanitarie si trovano ad affrontare la crisi crescente in un momento in cui scarseggiano i finanziamenti a sostegno delle operazioni di soccorso e nuove risorse sono necessarie per rispondere ai maggiori bisogni. Anche al netto dell’insicurezza che aggrava la situazione, il Sahel è colpito duramente dai cambiamenti climatici e molte comunità stanno già cercando di adattarsi all'imprevedibilità del clima.

La sfida per il WFP è immensa: rispondere ai bisogni umanitari immediati e, allo stesso tempo, salvaguardare gli investimenti fatti nella resilienza e nella auto-sufficienza delle comunità affinché i progressi fatti negli ultimi anni non siano vanificati.

Il lavoro del WFP in 80 Paesi

Il WFP ha rafforzato la sua risposta, fornendo assistenza alimentare e nutrizionale, quest'anno, ad oltre 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel Centrale, concentrando gli sforzi in aree dove i bisogni umanitari sono maggiori e dove si sono verificati i maggiori spostamenti di popolazione.

Il WFP ha urgentemente bisogno di 150 milioni di dollari per le operazioni nei tre paesi del Sahel centrale, Mali, Niger e Burkina Faso, che includono sia le attività emergenziali che quelle sulla costruzione della resilienza. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lavora in oltre 80 paesi nel mondo, sfamando le persone colpite da conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.

“Il conflitto va avanti a passo veloce"

Sahel Centrale. L'emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando

Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell’Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.

Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno. È un’area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l’agricoltura

Parti del Burkina Faso, dove il conflitto si è intensificato durante tutto l’anno, sono in “caduta libera” poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.

A gennaio c’erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000, altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone. Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un’emergenza di livello 3, il grado più alto"

È un ambiente difficile, ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza

In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.

I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.

Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere alcune zone proprio a causa del conflitto.

Il WFP ha assistito quest’anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.

Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili”. Come ad esempio, l’uccisione di 25 membri di una famiglia. “Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi. Sono storie terrificanti

Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti che ricevono gli sfollati, l’ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone. Tra l’altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio, e viceversa non lasciarlo, può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l’allineamento o la complicità con i gruppi armati.

La sfiducia, la violenza, non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, (l’ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.

Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni ’90. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui “la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c’è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto”. Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo.

La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti. Prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza. Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.

Quest’area non interessa quasi a nessuno. Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi

Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po’ di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate”. Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l’UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.

Ciò che è immediatamente necessario è l’attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile. Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle “zone cuscinetto”, quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza, per evitare ulteriori catastrofi.

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Disuguaglianze

I ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri

Aumenta il divario tra ricchi e poveri. In 26 posseggono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone. I meccanismi psicologici per cui le politiche di redistribuzione non prendono piede e le persone di basso reddito accettano la situazione come legittima

In 26 posseggono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone

Ogni giorno muoiono 10 mila persone perché non possono permettersi cure sanitarie, e 262 milioni di bambini non vanno a scuola. Il rapporto Oxfam 2019 fa luce su disuguaglianza economica e disuguaglianza sociale in Italia e nel mondo. L'ingiusta distribuzione della ricchezza potrebbe essere risolta in parte se l'1% dei più ricchi pagasse lo 0,5% in più di imposte sul patrimonio

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara.

A metà 2018 il 20% più ricco tra gli italiani possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Salendo più in alto nella scala, il 5% più ricco era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero.

Nei dieci anni successivi alla crisi finanziaria il numero di miliardari è quasi raddoppiato. Solo nell'ultimo anno la ricchezza dei Paperoni nel mondo è aumentata di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell'umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11,23.

Oggi 10 mila donne e uomini saranno condannati a morte dalla mancanza di accesso a cure sanitarie e 262 milioni di bambine e bambini non potranno andare a scuola. Oggi, come in qualunque altro giorno dell’anno. Il mondo dipinto dal rapporto globale di Oxfam è in bianco e nero, con buona pace per le sfumature: sempre più persone in povertà estrema da una parte, pochi Paperoni ultra-miliardari dall’altra. Tanto che se l’1% dei più ricchi pagasse lo 0,5% in più di imposte sul patrimonio, si potrebbe salvare la vita a 100 milioni di persone e permettere a tutti i bambini di avere un’istruzione nel prossimo decennio.

Una grossa mole di numeri, percentuali e statistiche, quelli contenuti nel rapporto Oxfam 2019 “Bene pubblico o ricchezza privata?” che dipingono una realtà di marcata disuguaglianza sociale ed economica che non accenna a diminuire. Tanto nei paesi ricchi, Italia compresa, quanto in quelli da ormai troppo tempo definiti “in via di sviluppo”.

Rapporto Oxfam 2019

Dal report emergono le numerose conseguenze di questo stato di cose: oltre a gettare nella povertà centinaia di milioni di persone, a partire dalle donne, la distanza crescente tra ricchi e poveri «alimenta la rabbia sociale in tutto il mondo» e «danneggia le nostre economie»

E il documento arriva a individuare anche un’agenda che i governi di tutto il mondo dovrebbero promuovere nella lotta alla disuguaglianza. Cominciando dallo sviluppo di servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione, passando per la lotta all’elusione fiscale e arrivando a un’imposizione fiscale che chieda a tutti di contribuire a una società più equa in base alle proprie possibilità.

«Non dovrebbe essere il conto in banca a decidere per quanto tempo si potrà andare a scuola o quanto a lungo si vivrà. Eppure è proprio questa la realtà di oggi in gran parte del mondo. Mentre multinazionali e super-ricchi accrescono le loro fortune a dismisura, spesso anche grazie a trattamenti fiscali privilegiati, milioni di ragazzi, soprattutto ragazze, non hanno accesso a un’istruzione decente e le donne continuano a morire di parto»


Bene pubblico o ricchezza privata?

Rapporto Oxfam (Versione Inglese)

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Discriminazioni e Omofobia

Discriminazioni e Omofobia

Discriminazioni sul posto di lavoro, omofobia, discriminazioni razziali, discriminazioni di genere, discriminazioni verso le persone con disabilità (abilismo), discriminazioni sociali, bullismo e cyber-bullismo

Omofobia

Cos’è l’omofobia e come possiamo affrontarla

Cos’è l’omofobia e come colpisce tutti quanti indipendentemente dall’orientamento sessuale? L’omofobia è l’avversione, il rifiuto o la paura dell’omosessualità o delle sue manifestazioni. Questa omofobia può assumere molte forme diverse, dal semplice scherzo apparentamente innocente fino alle aggressioni fisiche.

Disgraziatamente, l’omofobia che coinvolge lesbiche, gay e trans permea in un modo più o meno sottile ogni angolo della società in cui viviamo e si è incuneata tanto profondamente nelle nostre menti, che anche noi stessi abbiamo una potente carica omofobica al nostro interno che si esprime in diverse maniere, ma soprattutto nella nostra disistima, che è un aspetto da combattere poiché le sue conseguenze influenzano direttamente le nostre azioni nella vita causando risultati infelici. È quello che si chiama omofobia interiorizzata, il disprezzo che sentiamo, consciamente o inconsciamente, verso noi stessi.

La nostra omosessualità è la nostra natura, è qualcosa che convive con noi stessi e che dobbiamo imparare ad amare perché sarà sempre lì con noi; come affermato in precedenza non è una malattia, è naturale come la vita stessa, l’omosessualità è presente in tutte le culture del mondo, fin da prima che esistessero le religioni moderne che la condannano; tra queste, e soprattutto, la religione ebraico-cristiana.

Ma l’omofobia colpisce tutti gli uomini senza distinzione di alcun tipo, inclusi gli eterosessuali, dato che essi devono soddisfare le norme della mascolinità e devono dimostrarla ogni minuto e ogni istante, comportandosi da “uomo”, da “maschio”, con tutti gli annessi e connessi, per esempio quello di non piangere, parlare chiaro, essere maleducato e bestemmiare, etc., altrimenti si cade in una di quelle premesse che la società omofobica si aspetta e si viene sospettati di non essere eterosessuali, e quindi si diventa oggetto di omofobia. Inoltre non viene contestata nel complesso dalla società, perché continua ad essere percepita come riguardante i soli omosessuali.

Una delle forme più terribili dell’omofobia è ciò che costituisce la legge del silenzio che la società impone sull’omosessualità. Come se il solo fatto di non parlare di lesbiche, gay e trans, li faccia diventare invisibili. E quindi, chi si occupa dei diritti e della libertà di qualcuuno che è invisibile? Questo è molto pericoloso per lesbiche, gay e trans, specialmente durante il periodo dell’adolescenza nel momento in cui si scopre il nostro orientamento sessuale, ossia verso chi dirigiamo il nostro desiderio (nessuno ‘sceglie’ come affermano molti omofobi), ci sentiamo completamente soli. Crediamo di essere gli unici che vivono questo presunto “problema”.

Tutti quanti sappiamo molto su questo, non è vero? Di questa paura di essere come siamo perché temiamo di essere rifiutati, che nessuno ci comprenderà e ci appoggerà, per la paura di venire ridicolizzati e insultati. Tutti quanti conosciamo questo panico e ci aspettiamo il peggio del peggio.

L’essere umano sente una necessità urgente di esprimere le proprie emozioni, le proprie paure e gioie, i propri dubbi ed incertezze. E’ necessario parlare, condividere con qualcuno quello che sta accadendo dentro di noi.

Aprire il nostro cuore a qualcuno avrà diversi effetti positivi; sarà possibile ridurre il nostro livello di omofobia interiorizzata che tuttavia non ci abbandona totalmente perché comprendiano che essere lesbica, gay o trans non implica necessariamente che non verremo mai accettati; avremo alleati per ridurre l’omofobia del resto delle persone intorno a noi, questo sarà più facile se avremo un amico che ci ascolta e che ci sostiene.

Come possiamo lavorare contro l’omofobia?

I livelli di omofobia si riducono enormemente quando le persone omofobe conoscono una lesbica, un gay o un trans. Non c’è nulla come guardare la realtà negli occhi per rendersi conto che gli stereotipi non si adattano. Molte persone che fanno commenti offensivi sull’omosessualità non sono consapevoli dei danni che stanno facendo. Quando lo scoprono, smettono di farlo. Le opinioni omofobe posso essere facilmente rimosse perché si basano sull’ignoranza e sul pregiudizio, dobbiamo parlare molto e avere molta pazienza. Parlare del proprio orientamento sessuale con la gente tende a rafforzare i legami.

Discriminazioni Razziali

Discriminazione razziale. Una realtà ancora radicata in Italia

Il 21 marzo ricorre ogni anno la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. La data scelta non è casuale. Il 21 marzo 1960, infatti, nella città di Sharpeville, in Sud Africa, la polizia aveva aperto il fuoco e ucciso 69 persone durante una manifestazione pacifica contro le leggi segregazioniste e, più particolarmente, l’Urban Areas Act. Questa legge obbligava i neri di più di 16 anni ad avere con loro un ‘lasciapassare’ che concedeva loro il diritto di entrare in certi quartieri ‘bianchi’ al di là dei loro orari di lavoro.

Anche se questi eventi tragici sono accaduti più di mezzo secolo fa, quello della discriminazione razziale è un aspetto ancora oggi attuale in tutti i settori della vita quotidiana in ogni parte del mondo. In occasione di questa giornata abbiamo voluto dunque analizzare la situazione in cui si trovano oggi Europa e Italia per quanto riguarda le discriminazioni.

La situazione europea

La Seconda indagine sulle minoranze e sulle discriminazioni nell’Unione Europea, realizzata dall’Agenzia Europea dei diritti fondamentali tra ottobre 2015 e luglio 2016, ci dimostra quanto siano ancora presenti episodi di discriminazioni nel nostro continente, anche se spesso questi passano sotto silenzio.

Cosi l’indagine ci rivela che il 38% delle persone intervistate si sono sentite discriminate in almeno uno dei settori della vita quotidiana, nei cinque anni precedenti l’indagine, a causa della loro origine etnica o del loro background migratorio e, il 24% di loro, ha vissuto queste discriminazioni nell’anno precedente l’indagine.

Tra le persone intervistate che hanno dichiarato di essere state vittime di discriminazioni, ad averne subite maggiormente sono le persone di origine Nord africana, coloro che appartengono alla comunità Rom o con origini Subsahariane (rispettivamente con nel 45%, 41% e 39% dei casi durante i 5 anni precedenti l’indagine, e nel 31%, 26% e 24% durante l’anno precedente l’indagine). Mentre i rispondenti che fanno parte della comunità Rom o che hanno origini subsahariane sono piuttosto vittime di discriminazioni basate sull’apparenza fisica, l’indagine ci rivela che gli immigrati o discendenti provenienti dall’Africa del Nord e della Turchia sono più spesso vittime di discriminazioni basate sul loro nome.

I livelli i più alti di discriminazione basata sul colore della pelle o sul background migratorio sono osservati nell’area dell’impiego e nell’accesso ai servizi pubblici e privati. Il 29% dei rispondenti che hanno cercato un lavoro nei 5 anni precedenti all’indagine si sono sentiti discriminati (percentuale che si fissa al 12% durante l’anno precedente).

Anche se questi dati ci mostrano che gli eventi di discriminazioni sono ancora molto diffusi, sono ancora troppo rare le segnalazioni presso le autorità pubbliche. In realtà, solo 12% dei rispondenti ha segnalato e presentato una denuncia a proposito degli incidenti più recenti di discriminazione che hanno vissuto a causa della loro origine etnica o del loro background migratorio.

Ma come si spiega questa bassa percentuale di segnalazioni? Da una parte con una sfiducia generale verso le istituzioni. Le vittime di discriminazioni infatti ritengono che niente accadrebbe in caso di denuncia. La maggior parte dei rispondenti (71%) tuttavia, non segnala la cosa perché non conosce tutte le organizzazioni che offrono supporto ed assistenza alle vittime di tali atti discriminatori e il 62% non conosce nessun organismo che si occupa di uguaglianza.

Quella italiana è una delle società più razziste

I dati su come gli italiani percepiscono le minoranze, pubblicati nell’ultimo sondaggio del Pew Research Center, non ci rivelano una situazione migliore per quanto riguarda le discriminazioni in Italia. Al contrario il nostro paese risulta essere, tra i sei presi in considerazione dall’inchiesta, la società più razzista.

Così, il 21% dei rispondenti, ha dichiarato un forte sentimento anti ebraico, il 61% di osteggiare i musulmani e l’86% un’avversione nei confronti della comunità Rom, Sinti e Camminanti.

Un risultato confermato anche dalla stessa Seconda indagine sulle minoranze e sulle discriminazioni nell’Unione Europea. Sempre prendendo come riferimento i cinque anni precedenti l’indagine, il 37% dei rispondenti di origine Sudafricana e il 20% di quelli provenienti dall’Africa del Nord si sono sentiti vittime di discriminazioni a causa del colore della pelle e il 32% di coloro che provengono dell’Asia del Sud si sono sentiti vittime di discriminazioni a causa della loro appartenenza etnica.

Una discriminazione non solo sociale ma, in qualche modo, anche istituzionale. La ricerca dell’Agenzia Europea dei diritti fondamentali prende in considerazione infatti anche i controlli di polizia. Tra i rispondenti di origine subsahariana e quelli del Nord Africa, rispettivamente il 28% e il 32% ha dichiarato di essere stato controllato dalle forze dell’ordine durante i 5 anni precedenti l’indagine. Di questi, il 60% e il 46%, ha vissuto il controllo come dovuto alle caratteristiche fisiche o l’origine etnica e non a fondati sospetti di reato.

Le ricerche condotte dall’Associazione Antigone nello stesso ambito ci confermano queste cifre. Secondo il progetto ‘Discrimination’, in cui Antigone è coinvolta, risulta che gli stranieri vengono fermati dalla polizia in misura maggiore degli italiani. Così, i dati sugli arresti ci mostrano che l’8,3% della popolazione residente in Italia non ha la cittadinanza italiana ma ben il 29,2% degli arrestati è straniero.

Di più, secondo il parere degli avvocati intervistati dall’Associazione Antigone, nei processi per direttissima (che hanno luogo quando l’imputato è stato colto in flagranza di reato), le condanne sono più severe per gli stranieri che per gli italiani e i giudici tendono a convalidare gli arresti degli stranieri e a convertirli in custodia cautelare con maggiore facilità.

L’azione penale è anche discriminante rispetto all’applicazione delle misure alternative alla detenzione, molto più facilmente precluse agli stranieri. Infine, uno dei maggiori motivi di discriminazioni deriva dalla mancata padronanza della lingua e da una minore conoscenza del funzionamento della macchina giudiziaria, cui la scarsa presenza di interpreti e mediatori non riesce a far fronte.

Ad alimentare la discriminazione e il conseguente razzismo che, secondo il “Quarto libro bianco’ di Lunaria, presentato nello scorso mese di ottobre 2017, sta trovando sempre nuovo terreno e cresce con un’intensità forte è anche il ruolo dei media, sia social che tradizionali.

Il rapporto ci mostra infatti come sui social media, le informazioni condivise sono sempre meno corrette e i comportamenti sempre più apertamente discriminanti, e come nei media tradizionali si è assistito a prime pagine che hanno invitato a ‘cacciare l’islam’ mentre la narrazione di violenze a sfondo razzista ha trovato sempre minore spazio.

Rom, Sinti e Caminanti. Quando la discriminazione è generalizzata

Un capitolo a parte meritano le discriminazioni contro Rom, Sinti e Caminanti di cui Associazione 21 Luglio si è occupata nel suo Rapporto annuale 2016. Questo documento rende bene l’immagine di “un contesto permeato da pregiudizi e stereotipi penalizzanti diffusi e radicati, caratterizzato da uno scarsissimo grado di conoscenza delle comunità Rom e Sinte e da un clima di generale ostilità”

Nel corso di quell’anno l’Osservatorio 21 Luglio aveva registrato un totale di 175 episodi di discorsi di odio, nei confronti di Rom e Sinti, di cui 57 (il 32,6% del totale) sono stati classificati di una certa gravità.

Una discriminazione proveniente anche da chi si candida a guidare le istituzioni. Infatti, tra coloro che facevano ricorso ad una retorica anti-tzigana, c’erano anche rappresentanti politici – in particolare esponenti dei partiti del centrodestra con quelli della Lega Nord a distinguersi, seguiti da quelli di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Per quanto riguarda la ripartizione geografica degli episodi di discriminazione, la concentrazione più importante di questi episodi si ritrovava nel Lazio (il 24,5% degli episodi), nel Veneto (il 15%), nell’Emilia Romagna (il 12%) e in Campania (l’11%).

A suffragare questi dati è stato recentemente l’indagine ‘Resistenza dell antiziganismo in Italia’ condotta da Nawart Press in collaborazione con il think thank Political Capital Institute e l’Istituto di sondaggi IXE. Le ricerche condotte mostrano che il 22,1% degli intervistati possono essere considerati come intolleranti nei confronti di queste minoranze, escludendo per esempio la possibilità di averli come vicini, mentre il 23,4% è criticalmente indulgente, accetta ad esempio di averli come colleghi ma meno come vicini e in pochi casi come partner.

Tuttavia la ricerca mette in evidenza come nel nostro paese esiste anche una grande fetta di popolazione (17% ovvero 8,7 milioni di italiani) che rifiuta gli stereotipi negativi nei confronti di queste comunità.

Una buona notizia a cui appellarsi per superare in Italia le discriminazioni razziali ed etniche.

Discriminazioni di Genere
(verso le donne)

Donne, precarietà e salario. Una storia di discriminazione di genere

La precarietà del lavoro e la conseguente discriminazione salariale sono fattori costanti e strutturali nell’esperienza delle donne lavoratrici, un fenomeno storico caratterizzato da un vero e proprio approccio di genere. La precarietà del lavoro femminile è un fenomeno di lungo periodo, che ha attraversato tutte le fasi del capitalismo storico e ancora prima l’età preindustriale.

La legislazione a tutela delle donne lavoratrici (che in Italia nasce con una legge del 1902) si è lungamente caratterizzata come strumento protettivo del loro ruolo di madri, per salvaguardarne la capacità procreativa, e non per affermarne la pari dignità di persona.

Oltretutto le prime leggi sul lavoro femminile si riferivano solo alle operaie di fabbrica, trascurando le altre categorie in cui era occupata la maggior parte della forza lavoro femminile.

Le donne sono sempre state presenti nel mondo del lavoro ma erano soggetti invisibili, spesso perfino inconsapevoli che le prestazioni quotidiane che svolgevano nelle campagne o nella solitudine dello loro case fossero lavoro. La conquista della consapevolezza del proprio ruolo di lavoratrici, prima di tutto, e poi dei diritti relativi è stata lunga e impervia e non può dirsi certo conclusa.

Ripercorrendo a grandi passi la storia dell’età moderna è possibile riscontrare come fin dalla prima Rivoluzione industriale le modalità di impiego della forza lavoro nell’industria e nelle campagne fossero prevalentemente precarie, sia per stagionalità che per tipologia contrattuale: per tutto il primo Ottocento i lavoratori, non solo donne, venivano impiegati con contratti a cottimo con salari dunque che dipendevano dalla quantità e dalla qualità del lavoro prodotto, e non dalle ore spese per realizzarlo. I rapporti di lavoro erano definiti su base individuale e potevano essere interrotti tramite licenziamento in qualunque momento.

Con la seconda fase dell’industrializzazione le fabbriche raggiunsero dimensioni più ampie e furono adottate macchine semi-automatiche che richiedevano manodopera meno qualificata per mansioni ripetitive e parcellizzate. Queste condizioni determinarono il rapido e massiccio impiego di donne e bambini.

La situazione generalizzata di sfruttamento e precarietà dei lavoratori, e in particolare di quelli più deboli, cominciò a emergere nei paesi europei maggiormente industrializzati con la cosiddetta “questione sociale” a cavallo tra XIX e XX secolo. Numerose inchieste promosse dalla classe dirigente, da leader politici e da associazioni di lavoratori portarono alla luce e denunciarono le condizioni lavorative drammatiche del proletariato industriale.

Con lo sviluppo del sistema fordista, prima nell’industria statunitense negli anni Trenta del Novecento, poi in Europa nel secondo dopoguerra, i rapporti di lavoro guadagnarono una maggiore continuità anche se con gravi disparità geografiche e settoriali.

Durante i due conflitti bellici le donne si sostituirono nel lavoro agli uomini chiamati al fronte. Le lavoratrici si misero alla prova con successo anche in quegli ambiti generalmente riservati agli uomini, come i trasporti e la produzione di armamenti. Al termine della guerra furono massicci i licenziamenti delle lavoratrici per favorire il reinserimento dei reduci. Il lavoro femminile era comunque considerato un indebito fattore di concorrenza per gli uomini.

Per il Fascismo il ruolo della donna era quello di “angelo del focolare”, moglie e madre, dunque il lavoro extradomestico fu osteggiato in ogni modo.

Se il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta vede crescere il proletariato industriale assunto a tempo indeterminato i cui diritti e tutele cominciavano ad essere normati, persisteva un enorme bacino di lavoratori di riserva a buon mercato: le donne.

I livelli salariali erano generalmente dimezzati rispetto a quelli maschili e le forme di contratto quasi esclusivamente precarie. Il contratto a termine usato in modo improprio dal datore di lavoro garantiva a quest’ultimo di potersi liberare della lavoratrice non solo qualora i ritmi della produzione fossero calati, ma anche nei casi in cui avesse contratto una malattia, si fosse infortunata, avanzasse qualunque forma di rivendicazione sindacale, o avesse deciso di sposarsi e dunque avere figli.

Le clausole di nubilato e la pratica delle dimissioni in bianco erano diffusissime e generalmente accettate poiché il lavoro femminile era considerato accessorio e complementare rispetto a quello dei mariti. La percentuale di donne che lasciava l’impiego dopo il matrimonio rimase molto alta fino agli anni Settanta, ovvero fino a quando la legislazione oltre a garantire maggiori tutele alle madri-lavoratrici (legge 860 del 1950) non cominciò a predisporre servizi sociali adeguati a supportarne il doppio impegno fuori e dentro casa, per esempio con gli asili nido. Quando le donne per motivi di sussistenza non potevano rischiare di perdere il lavoro si sposavano in segreto e nei casi più drammatici praticavano l’aborto illegale con enormi rischi anche per la propria salute.

Anche nei periodi di crisi il licenziamento massiccio delle donne era socialmente accettato poiché si riteneva che potessero rientrare nell’ambito domestico come casalinghe. Dunque la disoccupazione femminile accanto alla precarietà non fu mai percepita come un’emergenza sociale.

Tuttavia la presenza femminile nell’industria era capillare. Durante l’espansione industriale all’inizio degli anni Sessanta le donne non lavoravano solo nell’industria tessile, dell’abbigliamento e alimentare, ma anche in comparti tradizionalmente maschili come quello metalmeccanico e chimico. Le operaie metalmeccaniche nel 1961 erano quasi il 19% delle lavoratrici industriali del Paese.

Accanto a queste lavoratrici, socialmente riconoscibili, c’erano le migliaia di donne impiegate nel lavoro a domicilio senza essere inquadrate in alcun contratto e dunque senza godere di alcun diritto (malattia, maternità, pensione). Il fatto che non fossero registrate rendeva difficile perfino censirle e capirne l’effettivo numero, le stime parlano di 700.000 donne circa.

Un esercito invisibile che durante il boom economico rappresentò un motore di sviluppo industriale fondamentale per il Paese, benché non riconosciuto. In particolare le piccole e medie imprese tessili si servivano delle lavoranti a domicilio per svolgere diverse mansioni produttive, scelta che garantiva agli imprenditori notevoli risparmi sia in termini salariali che organizzativi (spazi aziendali messi a disposizione, corrente elettrica consumata, ecc.). Le lavoranti a domicilio venivano pagate a cottimo ed appartenevano a diverse tipologie: erano contadine che nei mesi di inattività in campagna prendevano lavoro a casa e lo svolgevano con l’aiuto di altri familiari, bambini e anziani; erano operaie licenziate che accettavano per necessità la nuova condizione lavorativa anche se molto peggiori; oppure casalinghe costrette a casa dalla presenza di bambini piccoli che nella necessità di integrare il magro salario del marito affiancavano al lavoro domestico quello a domicilio.

La Commissione parlamentare di inchiesta istituita nel 1955 produsse un’imponente mole di documentazione sulla precarietà e la discriminazione che caratterizzavano la condizione lavorativa femminile. Nel 1958 pubblicò 25 volumi, due dei quali erano dedicati all’abuso dei contratti a termine, ai licenziamenti per matrimonio e alla diffusione abnorme del lavoro a domicilio. Quest’ultimo si configurava come la forma di sfruttamento peggiore e la tipologia lavorativa più precaria. Non vi era alcuna garanzia di continuità lavorativa e dunque salariale e la distribuzione dei carichi di lavoro era a totale discrezionalità del datore di lavoro. Anche il salario corrisposto a cottimo era deciso da ultimo dal datore di lavoro che ne giudicava la qualità.

Il cottimo determinava orari di lavoro prolungati e ritmi massacranti che producevano un rapido logoramento del fisico delle donne, già provato dal lavoro domestico e dalle gravidanze. Inoltre anche nel lavoro a cottimo esisteva una discriminazione di genere: i “differenziali di cottimo” erano di fatto quote salariali a incentivo calcolate diversamente tra uomini e donne.

La Commissione stessa formulò alcune proposte per arginare il fenomeno dei contratti a termine e del lavoro a domicilio. La prima proposta di legge risale al 1962: la numero 230 Disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato, che rimase in vigore fino al 1987. La seconda legge venne approvata nel 1973 e sancì la parità di trattamento fra lavoratori cosiddetti “interni” ed “esterni” alla fabbrica e la qualificazione del lavoro a domicilio come subordinato.

Nel mezzo, nel 1963, venne approvata la legge che vietava i licenziamenti per matrimonio e dichiarava nulle le clausole di nubilato nei contratti, i licenziamenti avvenuti tra la pubblicazione di matrimonio e il primo anno dopo la celebrazione e infine le dimissioni presentate dalle lavoratrici nello stesso periodo. Nello stesso anno fu approvata la legge che garantiva alle donne l’accesso a tutte le carriere anche se nei fatti molte rimasero precluse.

Nel 1965 si tiene la Conferenza nazionale “Diritto della donna al lavoro stabile e qualificato”, in cui finalmente si denuncia la condizione ingiusta e precaria dell’occupazione femminile e una manifestazione di 4.000 donne segue la conferenza.

Nel 1966 viene varata la legge Norme sui licenziamenti individuali che pone limiti importanti ai licenziamenti indiscriminati introducendo la giusta causa o il giustificato motivo, che poi verranno adottati dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori approvato nel 1970.

Da questo momento in poi la precarietà del lavoro venne attivamente contrastata anche se rimase una costante nel lavoro a domicilio che si acuì a seguito del fenomeno di decentramento produttivo e delocalizzazione industriale cominciato nella pima metà degli anni Settanta.

Le lotte operaie tra il 1968 e il 1973 nel frattempo avevano ottenuto sensibili miglioramenti legislativi come la riduzione delle qualifiche e l’inquadramento unico, gli aumenti salariali uguali per tutti, il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e l’adozione di strumenti di controllo per la tutela della salute, la diffusione di mense nei luoghi di lavoro e asili nido aziendali e comunali, la quasi totale abolizione del cottimo a favore di un premio in cifra fissa.

Nonostante la Costituzione repubblicana avesse già sancito la parità di genere sul lavoro all’art.37, che pur fa riferimento al ruolo di procreatrice della donna, è solo nel 1977 con la legge n.903 che si può parlare di parità di trattamento tra uomo e donna in materia di lavoro. Negli anni Novanta seguiranno importanti norme sulle pari opportunità, fino alla legge n.53 del 2000 sui congedi parentali che riconosce anche ai padri una responsabilità sulla cura dei figli.

La battaglia per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici non è finita. Essa si combatte fuori e dentro il Parlamento, attraversa la famiglia e la Scuola. Oggi le donne che ricoprono ruoli di management nelle grandi aziende sono solo il 13% a dimostrazione di quanto sia ancora diffuso il fenomeno del Glass Ceiling ovvero del tetto invisibile che impedisce alle donne l’accesso ai massimi livelli nelle diverse carriere.

Il riconoscimento reale della parità lavorativa delle donne non è solo una battaglia di civiltà e giustizia ma, come la storia ci insegna, anche la decisiva messa a frutto di un potenziale professionale necessario allo sviluppo economico di un Paese.

Discriminazioni verso persone con Handicap (Abilismo)

Perché le persone disabili non hanno bisogno della tua pietà

Con il termine “abilismo” si intende la discriminazione verso le persone disabili, parente stretta di sessismo, omobitransfobia, razzismo e di tutte le altre discriminazioni sociali. Il termine deriva da “ableism”, sviluppatosi in ambito anglo-americano in riferimento all’abilità, fisica o mentale, come norma e unica condizione accettata.

Un problema molto sentito dagli attivisti disabili è che la disabilità è sempre stata vista come una mera questione medica. Una condizione tragica e sfortunata, senza tante possibilità, da compatire, da curare e possibilmente quindi da eliminare. Dall’epoca dei freak show, intrattenimenti morbosi per le persone non disabili, o dal periodo in cui la disabilità veniva imputata ai peccati della famiglia e i figli “paralitici” venivano nascosti in casa, la cultura si è faticosamente evoluta.

La concezione della disabilità nei secoli è passata da una visione medica fino allo sviluppo del Modello Sociale della Disabilità, teorizzato da Mike Oliver nel 1983. Il Modello Sociale aggiusta il paradigma, definendo la disabilità come una condizione socio-politica marginalizzata che ha una propria cultura e community, e che affronta determinati tipi di discriminazioni.

Ma alcune tracce di questa concezione rimangono ancora oggi: nei talk show strappalacrime, o nelle scelte di marketing di Telethon. Non ci sono più i freak show ma c’è l’inspiration porn, articoli di giornale, meme su Facebook, storie strappalacrime dove le persone disabili o gravemente malate sono ritratte come esempi di coraggio semplicemente sulla base della loro disabilità, e vengono ridotte a esempi motivazionali per chi non è disabile.

E c’è un certo tipo di voyeurismo che ha trovato terreno fertile per svilupparsi a causa della poca esposizione delle persone disabili nella società. Le persone disabili forse non verranno più segregate in casa, ma spesso non possono comunque uscire quando vogliono, o andare dove vogliono, a causa della mancanza di servizi e accessibilità.

Come tutte le discriminazioni strutturali, l’abilismo si sviluppa su più livelli. Possiamo pensarlo come una piramide, alla cui base si collocano i fenomeni di entità minore, dettati da ignoranza, paternalismo e incapacità di andare oltre agli stereotipi di cui la nostra cultura è impregnata; e al cui vertice troviamo il genocidio. Dato che si tratta di un crescendo, è importantissimo riconoscere e combattere anche gli atteggiamenti minori, quelli che sembrano innocui, perché sono solo l’inizio di un modo di pensare che può avere conseguenze letali.

L’indifferenza è il gradino più basso della piramide della discriminazione. Un esempio è non contrastare le battute abiliste. Espressioni come “sei un Down”, “sei un handicappato”, “sei un mongolo” vengono spesso automaticamente giustificate come insulti bonari. Eppure, se la nostra lingua ritiene che essere paragonati alle persone disabili sia un insulto, vuol dire che c’è un problema strutturale.

Il gradino successivo all’indifferenza è la minimizzazione. Ad esempio, è molto comune nei convegni a tema disabilità che i relatori siano in gran parte non disabili: spesso si tratta di medici, operatori del settore e caregiver. Non ci sono mai persone disabili che occupano posti di rilievo. Non lasciare spazio alla voce dei diretti interessati è abilismo. Un altro esempio di minimizzazione è giustificare il carattere discriminatorio di una situazione dicendo che le intenzioni della persona “discriminante” erano buone e magari consigliare in modo paternalistico alla persona disabile di “apprezzare comunque le intenzioni”, invalidando i suoi sentimenti feriti.

Questo ci porta all’abilismo velato, quello che non si mostra in modo palese per quello che è. Non più semplicemente non contrastare, ma fare battute abiliste, perché ormai sono parte integrante del vocabolario degli insulti, come si diceva prima. Arriviamo poi alla discriminazione esplicita, che è tutt’oggi molto frequente.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, viene costantemente violata. Chi è disabile è discriminato nella ricerca del lavoro, sempre che la sede del colloquio sia accessibile o lo siano i mezzi che portano lì. Le barriere architettoniche quasi onnipresenti impediscono o rendono difficile la partecipazione agli spazi pubblici, e si continuano ad aprire nuovi negozi, bar e locali privi dei requisiti legali di accessibilità.

Non è ancora diffusa l’idea che la presenza di scale in un luogo pubblico equivalga in sostanza all’affissione di un cartello con scritto “vietato l’ingresso alle persone in carrozzina”, o che un semaforo senza segnaletica sonora è come apporre la scritta “vietato il passaggio alle persone cieche”. L’Italia è stato il primo Paese europeo ad abolire negli anni Settanta le scuole separate per gli studenti disabili, e costituisce un modello per gli altri Paesi (dove classi differenziali o vere e proprie scuole “speciali” sono ancora frequenti), ma in pratica situazioni di segregazione restano, a causa delle barriere architettoniche o della scarsità di assistenza scolastica che di fatto limitano l’inclusione.

Altri esempi di discriminazione esplicita sono le politiche che non si occupano di disabilità e diritti. In particolare, sono abiliste quelle politiche che resistono alle richieste sempre più decise degli attivisti disabili di stornare i fondi per l’assistenza ora destinati alle strutture segreganti verso una gestione autonoma delle risorse da parte delle persone disabili sulla base dei propri bisogni specifici.

C’è abilismo anche in campo medico, dove statisticamente si fornisce una qualità del servizio inferiore a chi ha disabilità: si sottovalutano in partenza le potenzialità e le aspirazioni delle persone disabili e quindi si offre un servizio di minore qualità. Un uomo disabile statunitense, ad esempio, è stato oggetto di negligenza e pregiudizio da parte del personale sanitario dello Yale New Haven Hospital finché non ha chiesto ai colleghi professori universitari di bioetica di intervenire; in Inghilterra è stato arbitrariamente approvato un ordine di DNR (“Do Not Resuscitate”) per un’eventuale complicazione della condizione di salute di un uomo con la sindrome di Down adducendo la sua disabilità come motivo e senza consultare lui o la famiglia; un’attivista e accademica autistica non è stata coinvolta nel processo decisionale sulla propria terapia e i suoi sintomi minimizzati perché i medici hanno scritto sulla cartella clinica, a torto, che aveva un “ritardo mentale”. Inoltre, c’è il grande problema dell’inaccessibilità dei servizi sanitari, specialmente dei servizi ginecologici e di prevenzione del tumore al seno.

Al livello superiore troviamo l’incitamento alla violenza. Come l’eugenetica, che ha radici nel diciannovesimo secolo. Una retorica che considera di minore valore le vite delle persone disabili è un incitamento al disprezzo, alla discriminazione e alla violenza verso le persone che stanno vivendo quella condizione.

Violenza che non è una novità per le persone disabili segregate nelle case di cura, alle quali cioè non viene erogato dai servizi sociali un finanziamento sufficiente per assumere assistenti nel proprio ambiente di vita per svolgere le attività quotidiane. Già privare della libertà una persona, limitarne le uscite, imporle orari per mangiare, usare il bagno e andare a dormire è violenza diretta, il penultimo scalino della piramide. Inoltre, in una struttura chiusa dove la persona non decide da chi viene assistita, si crea uno squilibrio di poteri in cui la persona disabile è in assoluto la parte più debole, tanto che micro e macro abusi sono quasi inevitabili.

Un altro esempio di violenza diretta sono i crimini di odio verso le persone disabili, i cosiddetti “mercy killing”. Come per i femminicidi, quando si legge dell’uccisione di una persona disabile da parte del suo caregiver si parla di “troppo amore” o al massimo di “raptus”, quando in realtà si tratta di un fenomeno strutturale che ha come premessa la svalutazione delle vite delle persone disabili. Da cui il passaggio al vero e proprio genocidio non è così lungo. L'”Aktion T4”, lo sterminio di 300mila persone disabili (anche se il numero preciso resta ignoto), sotto il regime nazista fu il banco di prova per lo sterminio delle altre minoranze e finì addirittura dopo: quelle delle persone disabili venivano definite “vite indegne di essere vissute”. Un simile movente sta dietro al massacro di Sagamihara, in Giappone, quando nel 2016 un ex dipendente si è introdotto in una struttura residenziale, ha ucciso diciannove persone e ne ha ferite ventisei, di cui non sono stati resi noti dai media nemmeno i nomi.

L’abilismo, purtroppo, è strutturale e normalizzato, e dato che il termine è poco conosciuto persino dalle persone disabili e dai circoli di giustizia sociale, è difficile definire e classificare la discriminazione, che quindi diventa anche difficile da combattere. Alcuni passi importanti da seguire per contrastare l’abilismo sono guardare la disabilità attraverso una lente sociopolitica, affrontare la discussione sull’abilismo parallelamente alle discussioni sulle altre discriminazioni, amplificare quanto più possibile le voci dei diretti interessati e cercare di decostruire e analizzare quello che abbiamo imparato di disabilità vivendo in una cultura abilista.

Discriminazioni Sociali

Criticano ciò che sei, ciò che ami, la tua pelle, le tue origini e le tue apparenze. Ti guardano male e ridono di te per la minima diversità.

No, non siamo nel Medioevo, ma nel XXI secolo.

Le discriminazioni sociali fanno parte della quotidianità per gli adolescenti, talmente tanto da non provocare più scalpore.

La gente critica, ride e sghignazza, commenta e deride qualsiasi persona non rientri nei loro canoni di normalità, perchè piena di pregiudizi. E i pregiudizi nascono dall'ignoranza.

Continuamente, vengono fatti passare atteggiamenti razzisti, omofobi e xenofobi come normalità, rendendo vittime ragazzini che si vergognano di essere quello che sono e che cercano in tutti i modi di cambiare e scusarsi perchè convinti di essere sbagliati.

Basta sfiorare i limiti della ormalità per diventare il centro di commenti e prese in giro, che spesso si espandono sui social, diventando insotenibili.

E la gente non ne parla. Spesso questi argomenti vengono visti come "argomenti tabù", argomenti non trattabili, evitati con la scusa del "sono troppo piccoli per capire", creando così ragazzini convinti di essere superiori.

Tutto ciò dovrebbe finire

Non esiste normalità o diversità, non esiste giusto o sbagliato, non esiste persona "da tenere" o persona "da cambiare"

Siamo ciò che siamo, e nessuno merita di scusarsi per essere semplicemente sè stesso

Bullismo e Cyber-bullismo

Analisi del fenomeno per prevenirlo a scuola

Come è noto il termine bullismo deriva dall’inglese “bullying” e viene usato nella letteratura internazionale per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo. Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta i lavori pionieristici di Heinemann (1969) e Olweus (1973) rilevarono un’elevata presenza di comportamenti bullistici in molte scuole scandinave catalizzando l’attenzione anche della stampa. È proprio Olweus (1996) che, per primo, formula una definizione del fenomeno, affermando che: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni

Le definizioni che si sono succedute negli anni hanno aggiunto ulteriori particolari, ad esempio Bjork e collaboratori (1982) hanno enfatizzato la disparità di potere e la natura sociale del bullismo; Besag (1989) ha sottolineato la sistematicità e la durata nel tempo dell’azione aggressiva e l’intenzionalità nel causare il danno alla vittima; Sullivan (2000) ha parlato di abuso di potere premeditato e diretto verso uno o più soggetti. Il bullismo fa parte della più ampia classe dei comportamenti aggressivi, può essere presente durante tutto l’arco di vita dell’individuo e assumere forme diverse a seconda dell’età, è però sempre caratterizzato da intenzionalità, persistenza e squilibrio di potere.

Bullismo. Storia, teorie e analisi sociologiche

In linea generale sono identificabili tre tipologie di comportamento aggressivo: violenza fisica diretta, aggressività verbale e relazionale, anche indiretta, caratterizzata spesso da violenza psicologica come diffamare, escludere, ghettizzare o isolare la vittima.

In genere le vittime di genere femminile reagiscono al sopruso con tristezza e depressione, i soggetti di genere maschile invece esprimono più spesso la rabbia. Inoltre, mentre le ragazze tendenzialmente denunciano le prepotenze subite e, se spettatrici di episodi di bullismo perpetuati ai danni di altri, reagiscono cercando di difendere la vittima, i ragazzi adottano più spesso un comportamento omertoso e complice.

Le differenze di comportamento tra i generi si acutizzano con l’eta?: meno evidenti nei primi anni di scuola, emblematiche del genere di appartenenza durante il periodo adolescenziale. Molteplici sono i modelli teorici che hanno cercato di spiegare il bullismo e di comprendere i fattori del disagio o della devianza. Dalla teoria dell’interazione sociale alla teoria del controllo socia- le vengono tenuti in debito conto i principali fattori della devianza. Entrambe le teorie postulano che la personalità del bambino si struttura a partire dalla relazione con i genitori, i quali diventano agenti di facilitazione dei valori sociali e delle funzioni di controllo (sviluppo morale).

E? la teoria dell’attaccamento che chiarifica la funzione protettiva che una relazione sana con il caregiver puo? assumere nello sviluppo del bambino, o, al contrario, quanto un rapporto conflittuale possa divenire sinonimo di difficoltà nel processo di crescita. Inoltre, non bisogna dimenticare un’ampia parte di letteratura che evidenzia come episodi di bullismo, subiti e perpetrati, nell’infanzia e nell’adolescenza abbiano forti probabilita? di sfociare in gravi disturbi della condotta in tarda adolescenza e nell’età adulta.

Rilevante e? stato il contributo di Oliverio Ferraris (2008) nel sintetizzare le cause originarie degli atti persecutori: il bullismo appare fondarsi su un disagio familiare che spinge l’individuo a mettere in atto comportamenti vessatori essenzialmente per due differenti ragioni quali l’apprendimento pregresso e il vissuto di rivalsa. Nel primo caso il soggetto ripropone in classe il modello di comportamento violento appreso in famiglia. Nel secondo, riattualizza ciò che ha vissuto come vittima di aggressioni, invertendo però il proprio ruolo (identificandosi così con l’aggressore).

Una variabile importante per la descrizione e l’interpretazione del fenomeno è il periodo di insorgenza dei comportamenti bullistici. Le azioni aggressive che insorgono in età adolescenziale assumono una valenza prioritariamente relazionale con lo scopo di far assumere al singolo un’identità all’interno del gruppo. La condivisione diventa la condizione identificativa e definitoria del gruppo, in una costante interazione tra il dentro (da salvaguardare) e il fuori (il nemico), l’azione diviene l’espressione della frustrazione interna che deve essere scaricata, allontanata da se? e diretta verso una vittima esterna.

Con i suoi primi lavori condotti su oltre 130.000 ragazzi norvegesi tra gli 8 e i 16 anni, Olweus (1983) trovò che il 15% degli studenti era coinvolto, come attore o vittima, in episodi di prepotenza a scuola. Successivi studi hanno poi confermato l’incidenza e la diffusione di questo fenomeno nelle scuole. Nella nostra realta? nazionale, già i primi dati raccolti negli anni ’90, con un campione di 1.379 alunni tra gli 8 e i 14 anni, indicarono come il 42% di alunni nelle scuole primarie e il 28% nelle scuole secondarie di primo grado riferissero di aver subito prepotenze. Questi studi mettono in evidenzia come la scuola possa diventare possibile luogo di persecuzione e violenza a carico di tre specifiche categorie: il bullo, la vittima, il gruppo.

Il bullismo non è un fenomeno di nuova generazione, ma è innegabile che presenti oggi dei caratteri di novità, uno dei quali è ascrivibile nelle potenzialità offerte dalle strumentazioni tecnologiche. Una nuova manifestazione di atti di bullismo, è infatti, il cyberbullismo, frutto dell’attuale cultura globale in cui le macchine e le nuove tecnologie sono sempre più spesso vissute come delle vere e proprie estensioni del sè.

Cyber-bullismo

Gli sms, le e-mail, i social network, le chat sono i nuovi mezzi della comunicazione, della relazione, ma soprattutto sono luoghi “protetti”, anonimi, deresponsabilizzanti e di facile accesso, quindi perversamente “adatti” a fini prevaricatori come minacciare, deridere e offendere. Tra le definizioni di cyberbullismo maggiormente accreditate sono rintracciabili quelle di Smith et al. (2008) che parlano di un atto aggressivo attuato tramite l’ausilio di mezzi di comunicazione elettronici, individuale o di gruppo, ripetitivo e duraturo nel tempo, contro una vittima che non puo? facilmente difendersi.

Come accade per il bullismo inteso in senso classico anche il cyberbullismo può assumere diverse manifestazioni a seconda dei mezzi e delle modalità con cui si esplica. Willard (2004) categorizza il cyberbullismo in otto specifiche tipologie di comportamento:

  • il flaming, ovvero, inviare messaggi volgari e aggressivi ad una persona tramite gruppi on-line, e-mail o messaggi;
  • l’on-line harassment, inviare messaggi offensivi in maniera ripetitiva sempre utilizzando la messaggistica istantanea;
  • il cyber- stalking, persecuzione attraverso l’invio ripetitivo di minacce;
  • la denigration, pubblicare pettegolezzi, dicerie sulla vittima per danneggiarne la reputazione e isolarla socialmente;
  • il masquerade, ovvero l’appropriarsi dell’identità della vittima creando danni alla sua reputazione;
  • l’outing, rivelare informazioni personali e riservate riguardanti una persona;
  • l’exclusion, escludere intenzionalmente una persona da un gruppo on-line;
  • il trickery, ingannare o frodare intenzionalmente una persona.

Bullismo e cyberbullismo si differenziano in particolare nella dimensione contestuale: nel cyberbullismo gli attacchi non si limitano esclusivamente al contesto scolastico, ma la vittima può ricevere messaggi o e-mail dovunque si trovi, e questo rende la sua posizione molto più difficile da gestire e tollerare. Nel bullismo digitale la responsabilità può essere condivisa anche da chi visiona un video, un’immagine e decide di inoltrarla ad altri, il gruppo, quindi, acquisisce un ruolo, un’importanza, una responsabilità diversa e, in particolare, la portata del gesto aggressivo assume una gravità spesso superiore, con conseguenze estremamente gravi.

Pianeta Terra

Cambiamenti climatici

Il global warming senza precedenti negli ultimi duemila anni

Industrializzazione selvaggia

Sfruttamento indiscriminato delle risorse

Distruzione sistematica dei polmoni verdi del pianeta

La foresta amazzonica, gli incendi e il taglio indiscriminato degli alberi che la stanno distruggendo, è l'esempio più visibile, ma poi ci sono le devastazioni indiscriminate delle foreste equatoriali in Africa, e gli incendi delle immense pinete siberiane. Tutti quei polmoni verdi del pianeta che sono vere e proprie fabbriche di ossigeno per la Terra e che la sete di denaro dell'uomo sta distruggendo.

Inquinamento

Il 30% dell'Umanità NON ha accesso a fonti di acqua potabile

Scioglimento dei ghiacciai, delle calotte polari, delle distese ghiacciate come la Groenlandia e il conseguente innalzamento dei mari

Riscaldamento globale

Milioni di persone esposte a cataclismi climatici sempre più aspri e violenti

La storia del genere umano diventa sempre più una gara fra l’istruzione e la catastrofe

Non sappiamo quanto la catastrofe sia vicina, ma se possiamo contribuire ad allontanarla anche solo un pochino, dobbiamo almeno provarci

Non serviva Greta Thunberg per farci capire che stiamo distruggendo il nostro stesso Pianeta

Non abbiamo sentimenti particolari nei confronti di Greta Thunberg. Anzi, siamo molto interessati al fenomeno, se non altro sta scuotento le coscienze di milioni di giovani in tutto il mondo. Il cambiamento climatico è un fatto piuttosto concreto e assodato. Già una quindicina di anni fa diversi scienziati ed esperti molto qualificati andavano dicendo che risulta chiaro che il pianeta ha qualche problemino.

Forse per salvarlo non servirà smettere di mangiare carne, diventare vegetariani o vegani, viaggiare con le barche a vela anzicché con gli aerei per spostarsi da un continente all'altro, ma qualcosa va fatto. Vi sono luoghi del mondo in cui già adesso si muore (o si emigra) a causa del cambiamento climatico, della desertificazone, di alluvioni sempre più frequenti.

L'attuale evento di riscaldamento globale è il primo a interessare il mondo intero.

In passato l'aumento o la diminuzione naturale delle temperature furono di portata regionale e mai così violente e repentine

La rapidità e l'estensione del global warming che conosciamo, cioè quello causato dalle attività antropiche (dell'uomo) dall'indomani della Rivoluzione Industriale ad oggi, non hanno precedenti negli ultimi due millenni di storia della Terra.

A differenza dell'attuale periodo di riscaldamento globale, che ha una portata mondiale, i passati episodi di prolungato aumento o calo delle temperature avvennero soltanto in alcune regioni di Terra, e mai in modo tanto repentino come negli ultimi decenni. Sotto queste asserzioni crolla uno degli argomenti preferiti dai negazionisti del clima: quello che vuole che il global warming attuale non sia che una delle tante e naturali oscillazioni climatiche del nostro pianeta.

Precedenti diversi

Nella storia climatica della Terra emergono alcune fasi di anomalie di temperatura, come il "Periodo caldo romano", tra il 250 e il 400 d.C., o la Piccola Era Glaciale, che comportò in più parti del pianeta un ribasso delle temperature a partire dal 1300.

A lungo si è pensato che questi eventi avessero avuto una portata globale, e che analizzando gli anelli di un albero o una carota di ghiaccio di qualunque parte del mondo se ne sarebbe trovato riscontro. Ma non è proprio così.

Prove a confronto

Gli scienziati hanno studiato circa 700 reperti che conservano una memoria climatica raccolti in ogni continente ed oceano, dagli anelli degli alberi ai coralli, ai sedimenti dei laghi, e si sono accorti che nessuno dei passati eventi di rialzo o calo delle temperatura ebbe una portata globale.

Per esempio, la Piccola Era Glaciale colpì più duramente il Pacifico nel XV secolo, e l'Europa nel XVII. Al contrario, per il 98% della Terra (fatta eccezione per l'Antartide), le più alte temperature degli ultimi due millenni si sono registrate negli ultimi anni.

Dal magma all'uomo

Prima dell'Era industriale, le più importanti fonti di variabilità climatica erano le eruzioni vulcaniche, e non l'attività solare come spesso ipotizzato.

Tuttavia, la rapidità di innalzamento delle temperature registrata negli ultimi due decenni o poco più, sorpassa ogni possibile variabilità naturale delle temperature: è un evento straordinario, nell'accezione più negativa del termine.

Il global warming attuale sappiamo ormai essere causato dalle attività antropiche, ovvero alle attività umane. Un fatto ormai accettato da più del 97% della comunità scientifica mondiale.

Contro .. e altro

Cambiamenti climatici

Il global warming senza precedenti negli ultimi duemila anni

Il Bracconaggio in Africa

La lotta al bracconaggio in Africa fa registrare «numeri che si avvicinano ai bollettini di una guerra». Un affare così ghiotto che ci si è buttato anche il terrorismo africano. A subirne le conseguenze, oltre ai ranger, sono le casse dei Paesi africani, che vedono il turismo sempre più sotto pressione.

Combattere il bracconaggio in Africa ha un costo. Anche in termini di vite umane. Tanto che «ogni anno sono centinaia le vittime fra bracconieri e ranger: numeri che si avvicinano più ai bollettini di una guerra». Il giro di soldi che gira intorno a questo crimine è altissimo e gli interessi in ballo sono enormi.

«Sono proprio le guerre, soprattutto quelle legate al terrorismo islamico africano, che usano il bracconaggio come fonte di reddito e di scambio»

E non è tutto: il business del bracconaggio colpisce duro sul turismo locale, che rappresenta un’importante voce del Pil di diversi paesi africani.

Le Fake News

Bufale architettate ad arte o strafalcioni giornalistici? Le fake news, o notizie false, si propagano nel web in maniera sempre più esponenziale. Il giornalismo tradizionale, in lotta contro la disinformazione che più facilmente si diffonde in rete, mette in discussione la buona fede di certi contenuti ed insinua il complotto. Si tratta di post, articoli e tweet che dividono l’opinione pubblica su tematiche delicate e che plasmano a proprio piacimento la mente umana, per sua natura incline a credere a ciò che legge.

I social media e la condivisione compulsiva fanno poi da catalizzatori e la mole di notizie in circolazione non lascia spazio ad un’analisi più approfondita. Come risalire a fonti attendibili in questa giungla digitale ricca di contenuti ingannevoli e realtà distorte?

Il "Land Grabbing"

Si parla di land grabbing (accaparramento delle terre) quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano, spesso da anni, per coltivare e produrre il loro cibo. Uno scandalo che esiste da molti anni, ma che dallo scoppio della crisi finanziaria è cresciuto enormemente, spingendo nella fame migliaia di contadini del Sud del mondo, soprattutto nell'Africa Sub-Sahariana.

Dal 2008, cioè dallo scoppio della crisi finanziaria, il fenomeno del land grabbing è cresciuto del 1000%. La domanda per terreno vola: investitori cercano dove coltivare cibo per l’esportazione, per i biodiesel, o semplicemente per fare profitto. Non sempre l’acquisto di terre è un problema: ma lo è quando avviene senza informazione.

Molto spesso, poi, questi terreni comprati mandando via intere comunità, lasciandole senza terra e senza futuro, sono lasciati inattivi. Le promesse di risarcimenti non si avverano, le comunità rimangono a mani vuote mentre le grandi aziende incassano. Terreni che prima davano cibo e rifugio a molti sono recintati e rimangono inutilizzati. È uno scandalo. È ora di smettere, è ora di coltivare giustizia, è ora di dire basta all’accaparramento delle terre.

Il Franco CFA

La moneta adottata da 14 Stati africani accusata di fare gli interessi di Parigi e limitare lo sviluppo delle ex colonie. Ma la realtà è più complessa.

La moneta, adottata oggi da 14 nazioni africani, è da anni oggetto di polemiche a livello locale così come nella stessa Francia. E ultimamente il dibattito è diventato internazionale, dopo che alcuni esponenti politici italiani hanno gettato benzina sul fuoco.

Ma qual è la realtà? Per comprenderlo, è bene innanzitutto fare un grande passo indietro. Fino al 1945, quando dopo gli accordi di Bretton Woods si decise di creare un’unione monetaria. Le 14 nazioni che ne fanno oggi parte sono ripartite in seno all’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) e alla Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC). Alle quali si aggiungono le Comore. In tutto sono circa 155 milioni di persone ad usare il franco CFA.

Al momento della sua creazione, l’acronimo significava “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Oggi invece si parla di “Franco della Comunità finanziaria dell’UEMOA” e di “Franco della Cooperazione finanziaria dei Paesi CEMAC”. La valuta è ancorata all’euro secondo una parità fissa decisa dalla Francia. In cambio, i Paesi che l’adottano sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie presso il Tesoro di Parigi.

Il Traffico di Armi

Il traffico illecito di armi uccide ogni anno in Africa 45.000 persone e alimenta i conflitti regionali nell’ovest del continente, secondo uno studio di Small Arms Survey, che analizza il periodo tra il 2012 e il 2017. «In Africa registriamo complessivamente 140.000 morti e omicidi dovuti ai conflitti armati ogni anno, tra cui 45.000, che equivale a un terzo,  sono morti violente, causate dall’utilizzo illecito di armi da fuoco».

«Le armi e munizioni che provengono dal mercato nero oppure rubate in arsenali bellici non sufficientemente controllati alimentano il flusso di armi nell’Africa occidentale. I trafficanti si forniscono anche grazie alla produzione artigianale di armi da fuoco leggere o alla messa in circolazione di armi illegalmente detenute». Queste armi attraversano le frontiere per soddisfare le esigenze di gruppi estremisti molto violenti, tra cui Boko Haram, Al Qaeda, Ansar Dine e al-Murabitun.

La crisi in Libia ha svolto un ruolo importante nella destabilizzazione della regione del Sahel e «i movimenti delle riserve di armi dalla Libia verso i paesi del Sahel hanno contribuito al traffico illecito di armi». La crisi in Libia ha creato un flusso di armi di ogni genere che ha costituito un detonatore della crisi iniziata nel 2012 in Mali e la caduta del regime libico è all’origine del movimento di flussi di armi verso l’Africa occidentale.

La Bossi-Fini e i recenti "Decreti Sicurezza"

La Bossi-Fini (Legge 30 luglio 2002, n. 189) è la legge che regola le politiche dell'immigrazione in Italia. È una normativa che è stata concepita per privilegiare la sicurezza (interna) a discapito dell'accoglienza, del tutto inadeguata a fronteggiare la massa migratoria di questi anni.

Tra il 2018 e il 2019 il primo governo Conte, ministro dell'interno Matteo Salvini, ha varato due decreti, decreto sicurezza uno e decreto sicurezza due, e che noi consideriamo le prime "leggi razziali" del XXI secolo. Leggi nate per fermare i flussi migratori e che in nome della "sicurezza", discriminano i migranti già in Italia, impedendo loro anche di seguire i già collaudati percorsi di integrazione.

La Bossi-Fini è la legge più restrittiva in assoluto tra tutti i paesi europei sul tema dell'accoglienza, per ben due volte condannata dall'Unione Europea per "violazione dei diritti umani". La stessa Amnesty International ha evidenziato questo fatto.

Una legge che non risolve il problema dei rinnovi dei permessi di soggiorno legati al lavoro con il rischio che intere famiglie, magari con figli nati in Italia, rischiano seriamente di essere espulse (se il capo-famiglia non può rinnovare il permesso di soggiorno magari solo perché ha perso il lavoro).

Siamo contro la politica che fomenta odio, discriminazione, diffonde paure, crea il consenso attraverso fake news e le mezze-verità.

.. e altro ancora

Non Una di Meno. Verso il 23N, chiamata per artist@ e cospiratrici

23 Novembre, Roma ore 14:00 @Piazza della Repubblica

Non una di meno
23-24 Novembre. Manifestazione a Roma contro la Violenza maschile sulle Donne

23 Novembre, Roma, ore 14:00 @Piazza della Repubblica.

Siamo le attiviste di Non Una di Meno, il movimento transfemminista che combatte la violenza maschile, razzista, economica ed ambientale.

Il 23 novembre inonderemo le strade di Roma e vorremmo averti con noi.

Perché le tue performances, le tue immagini, la tua musica e le tue parole raccontano di donne che vogliono trasformare il mondo, di corpi desideranti che si ribellano alla misoginia, al razzismo e al ricatto della povertà.

Perché ogni rivolta ha bisogno di corpi, suoni, immagini e parole.

Ti invitiamo a unirti a noi, come puoi:

  • Vieni in corteo,
  • Usa i microfoni di "Non Una di Meno",
  • Sostieni #NonUnadiMeno sui social con un post,
  • Diffondi un’immagine del pugno di fuoco o il pañuelo fucsia, simboli del movimento.

Da oggi al 23 novembre e all’infinito, respiriamo e cospiriamo insieme "Contro la Violenza maschile sulle Donne".

Che la rivolta abbia inizio!

Manifesti

Campagne Informative
Maris Davis Twitter Instagram Pinterest YouTube flickr Linkedin Negozio on line Maris Davis

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell’acqua

L’insieme di permessi che regolamentano ancora oggi l’utilizzo delle fonti idriche per l’agricoltura, in gran parte dei paesi, risalgono all'epoca coloniale.

Un sistema superato dai regimi consuetudinari in uso prima dell’arrivo dei bianchi che continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali, ma che creano un limbo legale che finisce per avvantaggiare latifondisti e grandi aziende, spesso straniere.

Africa. Il neo-colonialismo delle multinazionali dell'acqua

Nel 1929 nella colonia e protettorato inglese del Kenya, venne approvato il primo sistema di permessi sulle risorse idriche nazionali per l’irrigazione. L’ordinanza dichiarava esplicitamente “l'acqua di ogni corpo idrico è proprietà della Corona britannica e il suo controllo conferito al governatore in loco”. L’espressione corpo idrico si riferiva sia all'acqua di superficie sia alle falde sotterranee. Qualsiasi utilizzo, deviazione, interruzione di queste acque, richiedeva un’apposita autorizzazione. Solo le paludi o le sorgenti che si trovavano all'interno di terreni di proprietà, quasi sempre essenzialmente di coloni, erano esenti dagli obblighi burocratici.

È passato quasi un secolo da allora e 55 anni dall'indipendenza del Kenya, eppure il diritto all'acqua è rimasto fermo nel tempo. Molti paesi africani, una volta divenuti indipendenti, hanno mantenuto e rafforzato le regole coloniali sul consumo dell’acqua e le leggi consuetudinarie in uso prima dell’arrivo dei bianchi, sebbene riconosciute, sono rimaste sempre in una posizione subordinata.

Piccoli coltivatori indeboliti

Almeno questo è ciò che avrebbero voluto i governi. Nella prassi, con l’aumento esponenziale dei piccoli agricoltori, l’implementazione dei permessi è divenuta logisticamente impossibile e quindi, di fatto, i regimi consuetudinari continuano a sopravvivere fuori dai canali ufficiali.

Secondo alcuni studi condotti in Sudafrica e Ghana, sarebbero milioni i piccoli contadini che investono in strumenti idrici di auto-approvvigionamento e condivisione delle acque, superando di gran lunga i progetti pubblici su larga scala. E la Banca Mondiale è ben consapevole di quella che lei stessa descrive come una “rivoluzione già in atto

Una rivoluzione che tuttavia appare insufficiente per arginare le continue crisi alimentari che imperversano nel continente. Anche il sistema formale dei permessi, infatti, contribuisce a indebolire l’accesso a una risorsa vitale per l’agricoltura, come l’acqua, stremando i contadini, riducendo i loro mezzi di sostentamento e la sicurezza alimentare di buona parte dei paesi.

Le grandi dighe nella Valle dell’Omo in Etiopia e il sistema di sbarramenti sul fiume Sanaga in Camerun, sono due esempi che dimostrano quanto questi enormi progetti abbiano avuto un alto costo sociale ed ambientale.

Secondo la Banca Mondiale, circa il 90% delle terre rurali africane non è certificato, ma è sottoposto direttamente al diritto consuetudinario. Per poter utilizzare l'acqua in molte parti dell'Africa è necessario possedere dei terreni e il riconoscimento dell’irrigazione informale andrebbe a rafforzare proprio i diritti fondiari.

Decolonizzare l’acqua

“Decolonizzare l’acqua” è il concetto chiave della proposta lanciata da International Water Management Institute (IWMI) durante la 7°edizione della Settimana dell’Acqua (Africa Water Week), tenutasi un mese fa a Libreville, in Gabon.

Il report si basa su una ricerca condotta in Kenya, Malawi, Zimbabwe, Sudafrica e Uganda, sulle modalità di accesso all'acqua. Viene evidenziato come nella popolazione totale dei cinque paesi, più di 165 milioni di persone, solo i latifondisti, grandi aziende o miniere, riescono a destreggiarsi nel complicato e costoso processo delle autorizzazioni, mentre i piccoli proprietari terrieri rimangono in un limbo legale con la possibilità di irrigare solo un acro di terreno.

L'IWMI e l’ong sudafricana Pegasys propongono un “approccio ibrido” per superare quest’ingiustizia amministrativa: riconoscere i permessi esistenti e le pratiche consuetudinarie sull'acqua.

Secondo il report, il sistema dei permessi sull'acqua può esistere, ma come semplice strumento normativo. Le tasse vanno ad applicarsi ai pochi coltivatori su larga scala che determinano impatti sull'ambiente più forti rispetto ai piccoli fruitori, scoraggiando l’uso dispendioso e sproporzionato dell’acqua, proprio laddove rappresenta una risorsa più che mai preziosa.

Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere senz'acqua

E anche l'Italia non se la passa molto bene

Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali. Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.

Paesi come Qatar, Israele, Libano e Iran ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto.

Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

Dal 1960 a oggi il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, e anche Roma, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il cambiamento climatico, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.

Quali sono le zone più interessate

La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del Golfo Persico, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

Ci sono eccezioni virtuose: l’Oman è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’India, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli Stati Uniti (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del Sudafrica (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.

Cosa si può fare

Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.

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Guerre dimenticate. I dieci conflitti (anzi undici) scomparsi dalle cronache internazionali e dall’attenzione dei media

Conflitti e Guerre di cui nessuno parla, e che proprio per questo non interessa a nessuno risolvere. Si trovano soprattutto in Africa, ma anche in Asia, America Latina ed Europa. Lo rivela il report annuale del Norwegian Refugee Council.

Nigeria, profughi in fuga dalle atrocità di Boko Haram

Dal Congo al Donbass, passando per il Camerun, il Burundi, la Repubblica Centrafricana l'Afghanistan e il Venezuela. Sono queste le crisi e le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti. Ma nonostante questo, grazie anche al silenzio assordante dei media, non riescono ad ottenere un concreto sostegno internazionale.

A denunciarlo è il Norwegian Refugee Council (NRC) che ha appena pubblicato un rapporto annuale sui dieci Paesi con le crisi più dimenticate al mondo. La lista completa comprende anche il Mali, il Darfur, il Venezuela e la guerra in Libia.

L’organizzazione sostiene che alcune crisi ricevono molta più attenzione e aiuto di altre. I motivi sono diversi. «La negligenza può essere il risultato di una mancanza di interesse geopolitico, oppure le persone colpite potrebbero sembrare troppo lontane e troppo difficili da identificare». Inoltre, questa differenza potrebbe anche essere «il risultato di priorità politiche contrastanti»

Guerre dimenticate nel mondo. I media nel 2018

Sono vari i fattori che determinano se una crisi riceve o meno una copertura da parte dell’informazione mainstream. Nel rapporto, che ha utilizzato i dati di monitoraggio dei media forniti dalla società Meltwater e parla della situazione nel 2018, si legge che «il livello di attenzione non è necessariamente proporzionale alla dimensione della crisi». E anche quando sono pubblicate informazioni su un conflitto, «la situazione dei civili potrebbe essere oscurata a causa di strategie di guerra e alleanze politiche»

Camerun

In Camerun la crisi iniziata con proteste pacifiche alla fine del 2016 si è intensificata, fino a diventare un vero conflitto tra gruppi armati governativi e ribelli. Fino ad ora, più di 450 mila persone sono state sfollate e quasi 800 mila bambini non possono andare a scuola. Il paese africano è spaccato in due tra regioni francofone e anglofone. Le aree dove si parla inglese sono discriminate politicamente ed economicamente dal governo.

Centinaia di villaggi sono stati bruciati, decine di migliaia di persone si nascondono nella boscaglia senza aiuti umanitari e nuovi attacchi sono in atto ogni giorno. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere la Nigeria, in cerca di sicurezza.

«Nonostante l’entità della crisi, i bisogni umanitari non vengono soddisfatti. La mancanza di informazioni e l’attenzione politica internazionale hanno permesso che la situazione si deteriorasse da manifestazioni non violente a vere e proprie atrocità commesse entrambe le parti»

Per reprimere le rivendicazioni indipendentiste, il governo è ricorso a un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si registrano arresti di massa e un ingente spiegamento delle forze di sicurezza.

Repubblica Democratica del Congo

Nel 2018, quando i combattimenti inter-etnici sono ripresi nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. Circa un milione di persone, invece, sono sfollati interni. «La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari», si legge nel rapporto. A questa situazione si è aggiunto un focolaio di ebola nell'agosto dello scorso anno. Un anno fa.

«L’attenzione dei media internazionali durante tutto l’anno si è concentrata principalmente sull'esito delle elezioni presidenziali ritardate e dell’epidemia di Ebola, spingendo una delle peggiori crisi umanitarie sul pianeta nell'ombra della coscienza del mondo»

Le recenti elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018 hanno visto vincitore a sorpresa Félix Tshisekedi, leader dell'opposizione, che eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.

Il diffondersi dell'epidemia di ebola che da un anno persiste proprio nelle regioni attraversate dal conflitto aggrava non poco una situazione già di per se disastrosa. Una regione dove persistono decine di milizie armate al soldo di non si sa quale "padrone", o quale paese africano od occidentale che sia, con l'unico obiettivo di mettere le mani sui più ricchi giacimenti di minerali preziosi al mondo, e dove anche gli operatori umanitari sono presi di mira e attaccati.

Repubblica Centrafricana

Nella Repubblica Centrafricana, 2,9 milioni dei 4,6 milioni di abitanti del Paese hanno urgente bisogno di aiuti umanitari. Gruppi armati locali controllano la maggior parte delle regioni e ripetuti episodi di violenza continuano a costringere i civili ad abbandonare le proprie abitazioni. Allo stesso tempo, la criminalità è in aumento.

Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»

Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2018. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.

Vittime delle violenze anche gli operatori delle ONG, che sono stati regolarmente attaccati e intimiditi. Proprio per questo, alcune organizzazioni sono state costrette a sospendere o a ritirarsi.

Burundi

Quando nel 2015 il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato i piani per candidarsi alla presidenza per il suo terzo mandato, le proteste di piazza si sono trasformate in violenti scontri e la polizia ha risposto brutalmente ai disordini politici. Per questo quasi 500 mila persone sono fuggite in cerca di sicurezza nei Paesi vicini. La maggior parte dei rifugiati è scappato nella vicina Tanzania, mentre altri sono andati in Rwanda, Uganda e in Congo.

«A causa della mancanza di attenzione da parte dei media e di finanziamenti inadeguati da parte della comunità internazionale, i rifugiati non sono in grado di coprire i loro bisogni primari. Vivono in campi sovraffollati, non hanno abbastanza da mangiare e sono minacciati dalle malattie trasmesse dall'acqua»

Sudan, Darfur

Una guerra a bassa intensità ma con 700 mila persone abbandonate a loro stesse. Un deserto di capanne e baracche di fango e lamiere. Sorvolando in elicottero ‘al Salam’ l’impatto visivo del campo racconta della vastità della crisi umanitaria dimenticata da tutti.

La crisi è iniziata con il deflagrare del conflitto fra i ribelli della regione occidentale del Sudan e l’esercito di Khartoum il 26 febbraio del 2003. Il governo sudanese non si è limitato agli attacchi militari verso il Sudan Liberation Army ma ha esteso l’azione repressiva nei confronti di tutta la popolazione del Darfur: oltre 400 mila morti e 2 milioni e 800 mila sfollati, di cui solo un milione ha fatto rientro nelle aree pacificate. A distanza di 16 anni, seppure la guerra ad alta intensità sia limitata ad alcune aree, la situazione per i profughi è più disperata che mai.

L’Unamid, la missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2008, ha abbandonato l’area concentrando le attività nel nord della regione nell’ottica di una smobilitazione progressiva concordata tra l’Onu, con un voto in Consiglio di sicurezza, e il Sudan.

Per le atrocità commesse in Darfur l'ex-presidente del Sudan, Omar al Bashir, è stato condannato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'Umanità.

Sud Sudan

Il Sud Sudan è il più giovane Stato al mondo, diventato indipendente nel 2011 dopo un conflitto ventennale con il Sudan. Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza il governo non si era però mostrato in grado di governare con efficienza, a causa soprattutto delle molte divisioni etniche e di una controversia tra le varie fazioni per la gestione e la vendita del petrolio.

Nel dicembre del 2013 è cominciata una guerra civile molto violenta che non si è mai fermata. Da una parte c’è il presidente Salva Kiir, a capo del paese dall'anno dell’indipendenza, e dall'altra l’ex vicepresidente Riek Machar. L’opposizione tra i due schieramenti è alimentata anche da antiche divisioni etniche, e cioè dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar.

In questi anni entrambi gli schieramenti si sono macchiati di orribili crimini contro i civili, assalti a villaggi, stupri di massa, esecuzioni sommarie e arruolamento di bambini soldato. Un terzo della popolazione, 2 milioni e mezzo di persone, sono state costrette a fuggire. Attualmente più di un milione e mezzo di sud sudanesi si sono rifugiati nella vicina Uganda.

Dal 2016 e fino all'ultimo di inizio 2019 si sono firmati decine di accordi di pace tra i due gruppi in conflitto, tutti puntualmente violati. Attualmente il paese si trova al centro di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, una crisi aggravata anche dal perdurare della siccità che ha colpito in questi anni il Corno d'Africa.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, ma è già fallito

La terza popolazione con più profughi nel mondo, lo certifica l'Unhcr, sono i Sud Sudanesi. Ma l'Europa e l'occidente in generale non si accorge dei quasi 2 milioni e mezzo di loro costretti a scappare: la quasi totale maggioranza sta sparsa nei campi di accoglienza dell'Africa centrale.

Ancora nel 2018, dalla zona di conflitto del Sud Sudan si è registrata la più grande fuga di popolazione: solo l'Uganda ospita un milione e mezzo di rifugiati, e anche il Congo, il Kenya e l'Etiopia fanno la loro parte. Il Sud Sudan (in teoria lo Stato più giovane al mondo nato nel 2011 dopo una guerra lunga 20 anni con il Sudan) è in realtà uno Stato fallito, teatro dal 2013 di una cruenta guerra civile. Negoziati per il cessate il fuoco si sono svolti a più riprese ad Addis Abeba tra le due fazioni del presidente Salva Kiir e l'ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie dinka e nuer.

Ma ogni intesa raggiunta si è poi dissolta nel giro di poco tempo e non si intravedono soluzioni a breve termine, per un conflitto che dal 2013 ha fatto 50mila morti. In uno “Stato” ricco di petrolio dove per l'Onu milioni di sud-sudanesi sono a rischio carestia.

Anche l'Europa ha la sua guerra "dimenticata", il Donbass in Ucraina

Giunto ormai al sesto anno, il conflitto armato in Ucraina non si ferma e una soluzione concreta non sembra arrivare. Le ostilità continuano a danneggiare le infrastrutture. Centinaia di migliaia di sfollati e case distrutte. Mentre i bambini non possono andare a scuola.

«Anche se nel corso del 2018 sono entrati in vigore cinque accordi di cessate il fuoco, che hanno comportato una riduzione delle vittime, sono stati tutti di breve durata. Il conflitto armato rimane una realtà quotidiana per tutte le persone che vivono vicino alle prime linee»

I 10.000 morti delle trincee ucraine

La battaglia navale nell'autunno dello scorso anno nello Stretto di Kerch, tra la Crimea annessa dalla Russia e l'Ucraina ha riacceso i riflettori su un conflitto a cosiddetta bassa intensità, ma mai risolto.

Dall'invasione della Crimea e dalle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass, nel lembo orientale dell'Ucraina, in 5 anni secondo i dati dell'Onu del 2018 si sono contati più di 10mila morti, 30 mila feriti e circa 2 milioni di sfollati, oltre 3 mila i civili uccisi. Non si è mai smesso di sparare, nonostante gli accordi del 2015 di Minsk, tra Donetsk, Kharkiv e Lugansk il cessate il fuoco è di norma violato.

Nelle zone cuscinetto tra le città filorusse e l'Ucraina si muore e si resta mutilati anche per le mine. Decine e decine i civili sono rimasti uccisi o feriti, si muore per colpi d'artiglieria, per gli spari e per le per granate. Nella trincea del Donbass, la scintilla tra Ucraina e Russia, evitata lo scorso autunno per un soffio, può sempre riesplodere.

In Yemen la crisi più grave al mondo, ma se ne parla poco

Le bombe contro scuole e abitazioni civili sono "made in Italy"

Quasi 85 mila bambini morti per fame o per malattie, oltre 10 mila civili caduti in guerra, l'80% dei minori bisognosi, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, di assistenza umanitaria.

Numeri terribili che arrivano dallo Yemen, la peggiore crisi umanitaria al mondo. Uno spiraglio per la pace si è aperto, con l'accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell'Onu di Stoccolma, anche grazie al mutato atteggiamento internazionale verso l'Arabia Saudita. Dopo l'omicidio di Jamal Khashoggi ordinato dai vertici di Riad, anche il Senato degli Usa ha votato per la fine del coinvolgimento nei raid sauditi, dal 2015 in Yemen.

Ma per troppi anni è calato il silenzio sulla distruzione di San'a' e le bombe contro scuole e abitazioni sono state confezionate anche in Italia. Diversi Stati europei, capofila la Germania, stanno interrompendo le forniture di armi a Riad, ma in Sardegna si punta a triplicare le bombe made in Germany ai sauditi. Destinazione proprio lo Yemen, dove le migliaia di profughi non raggiungono l'Europa, privi di soldi per fuggire.

In Italia ultimamente va di moda chiudere i porti per chi fugge da queste guerre, e aprirli invece per le armi e per gli armamenti che alimentano queste guerre e questi conflitti

Venezuela. Inflazione al milione per cento

Dal 2013, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno lasciato il Paese rifugiandosi negli Stati confinanti.

L'esodo, esploso nell'ultimo biennio, è la conseguenza della grave crisi economica che, dalla morte di Hugo Chavez, ha avvitato il Venezuela: in cinque anni il Pil è crollato del 40% e alla fine del 2018 l'inflazione ha toccato il milione per cento. I numeri mostruosi si traducono nella drammatica mancanza di beni di consumo di base e di farmaci.

Non basta ormai uno stipendio mensile, tra i più bassi al mondo, per una porzione di carne o altri generi di prima necessità. La maggior parte dei Paesi ha interrotto i rapporti commerciali con Caracas, isolata nell'asse con Cuba.

Anche la Chiesa ha denunciato il «disastro senza fine». Per l'emergenza umanitaria, l'Ecuador ha dichiarato lo Stato di emergenza. Mentre in Venezuela il presidente Nicolas Maduro, ottuso epigono del Caudillo, reprime il dissenso interno, facendo sparare sui manifestanti e imbavagliando magistratura e parlamento.

Afghanistan. Record tragici

L'Occidente combatte dal 2001 in Afghanistan. 18 anni di guerra eppure oltre metà della popolazione del Paese è ancora sotto il dominio degli estremisti islamici. E la loro espansione territoriale è, oggi, più estesa che mai. Una guerra iniziata dagli Stati Uniti per ritorsione dopo le stragi dell'11 settembre.

Metà della popolazione afghana vive sotto il controllo dei talebani oppure in un’area contesa al governo di Kabul dagli estremisti islamici. Gli stessi americani ammettono che l’espansione territoriale dei talebani è la più estesa dal 2001, quando l’Emirato islamico crollò sotto i bombardamenti Usa dopo l’11 settembre. Nonostante il lungo, sanguinoso e costoso intervento occidentale siamo al punto di partenza, o forse peggio.

Il problema è che solo alcuni anni fa l'Afghanistan era sulla bocca di tutti, e nelle prime pagine di tutti i media internazionali. Oggi, stante ai deludenti risultati sia sul campo militare che in quello politico, di Afghanistan si sente parlare solo in occasione di attentati, e nel 2018 ce ne sono stati tanti, tantissimi, un vero record.

Il 2018 per l'Afghanistan ha segnato un altro record di vittime in attacchi o attentati suicidi. Quasi 1700 morti civili, nei primi sei mesi dell'anno secondo l'Onu: un trend più negativo del 2017, a sua volta più negativo del 2016. Il crescendo è dovuto alla penetrazione dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, distinti dai talebani, in ritirata dalle guerre in Siria e in Iraq e alla ricerca di uno Stato rifugio.

L'Isis si espande, dalla provincia del Nangarhar, soprattutto nel Nord-Est, e i campi di addestramento afgani sono una fucina anche per nuovi combattenti. Dall'ultimo rapporto delle Nazioni Unite è anche emerso che i morti e i feriti a causa dei talebani (42%) e dell'Isis (18%) sono quadruplicati: il governo controlla poco più del 50% del territorio, il resto è in mano ai signori della guerra che hanno anche raddoppiato la produzione di oppio. Più di 60 morti si sono contati anche ai seggi e tra i candidati delle Legislative del 2018.

La normalità è impossibile e perciò l'Afghanistan resta tra i Paesi con più profughi al mondo, oltre 2 milioni e mezzo, il 79% di loro minori.

Anzi undici, la mia Nigeria. Boko Haram

Dal 2009 le regioni nord-orientali della Nigeria sono al centro di attentati sanguinosi, rapimenti, assalti a villaggi da parte del gruppo integralista islamico Boko Haram. Assalti contro obiettivi cristiani come scuole e Chiese. Il 2015 è stato l'anno più tragico quando, dopo un'offensiva durata alcuni mesi, le milizie islamiche conquistarono diverse città nel nord-est del paese e proclamarono lo Stato islamico di Nigeria e dell'Africa occidentale, riuscendo a controllare un territorio grande come il Belgio e l'Olanda messi insieme.

La contro-offensiva dell'esercito nigeriano, in coalizione con gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun, iniziò dopo alcuni mesi e nel 2017 i territori prima controllati da Boko-Haram furono completamente liberati e i miliziani in ritirata rifugiati nella impenetrabile foresta si Sambisa e nelle aree intorno al Lago Ciad.

Ad oggi, nella stessa area, continuano gli attentati, non più solo contro obiettivi cristiani, ma anche contro moschee, ospedali, mercati all'aperto, ecc.. È diventata ormai prassi l'uso di bambine kamikaze, un crimine atroce per compiere un altro crimine atroce.

Le atrocità di Boko Haram hanno provocato 2,7 milioni di profughi, oltre 25.000 morti, una devastante crisi umanitaria e alimentare attorno al lago Ciad, aggravata anche dalla perdurante siccità, dove 20 milioni di persone sono al limite della sopravvivenza.

Negli ultimi 5 anni si stima che almeno duemila ragazze siano state rapite, costrette a conversioni all'Islam per diventare mogli degli stessi miliziani, usate per scopi sessuali, ridotte in schiavitù e spesso costrette a diventare kamikaze.

Ma nell'area del Sahel non c'è solo Boko Haram. In Somalia agiscono i miliziani Al-Shabaab, nella Repubblica Centrafricana i Seleka, e gruppi di tuareg che agiscono tra il Mali settentrionale, Burkina Faso e Niger. Tutti gruppi che mirano ad introdurre e diffondere l'Islam integralista nell'Africa sub-sahariana, un disegno appoggiato dall'Arabia Saudita che, quasi certamente, fornisce armi di ultima generazione a tutto l'integralismo islamico in Africa.


La nostra Campagna Informativa
"Guerre dimenticate dell'Africa"
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Acqua Bene Primario

Senza
acqua non c’è salute, né sviluppo


A livello globale, l’accesso all’acqua
potabile è aumentato dal 77% del 1990 all’90% del 2012, ma nell’Africa
Sub Sahariana solo tre persone su cinque si servono a fonti di acqua
potabile vicine o nei pressi della propria abitazone
. Per
tutte le altre raggiungere un pozzo d’acqua salubre significa
percorrere ogni giorno più di un chilometro.

Ancora milioni di bambini privi di acqua
potabile e servizi igienici, 1.400
muoiono ogni giorno per la diarrea, dovuta all’acqua contaminata e a
scarsa igiene. In Africa il difficile accesso all’acqua e
l’inadeguatezza o inesistenza di servizi igienici impatta
anche
sul diritto all’istruzione, in particolare delle bambine.

Nella regione Sub-Sahariana il compito
di raccogliere
l’acqua per le proprie famiglie ricade sull’81% delle donne e
bambine impedendo a quest’ultime di andare a scuola. La rinuncia
all’istruzione alimenta a sua volta una condizione di
povertà e
disagio sociale, sia personale che collettivo. Un circolo perverso
assolutamente da spezzare.

In questa regione migliaia di donne,
bambini e
bambine percorrono a piedi più di un chilometro ogni giorno
per
raggiungere un pozzo o una fonte di acqua potabile, indispensabile alla
sopravvivenza del villaggio e della famiglia.

Senza acqua non c’è salute,

sviluppo. I danni all’agricoltura sono incalcolabili, il bestiame
muore, le lezioni a scuola non si possono svolgere regolarmente.

La mancanza di acqua pulita costa ogni
anno
all’Africa Sub-Sahariana il 5% del suo PIL ed è legata,
direttamente o indirettamente, all’80% delle malattie. Nella regione
metà della malattie sono legate all’uso di acqua “sporca” o
“contaminata”, e dalla mancanza di servizi igienici adeguati.

Nel mondo .. Su una popolazione di 7
miliardi di
persone, 748 milioni non hanno ancora accesso a fonti di acqua salubre
e 2,5 miliardi vivono in pessime condizioni igieniche. Fra di essi una
quota rilevante è costituita da bambini e ragazzi sotto i 18
anni che non dispongono ancora di forniture sicure di acqua e che
vivono senza servizi igienici adeguati.

Oggi sono sono 3 gli Stati, Repubblica
Democratica
del Congo, Mozambico e Papua Nuova Guinea, nei quali oltre
metà
della popolazione non ha ancora accesso a fonti adeguate di acqua
potabile.

Nonostante i traguardi raggiunti,
permangono grandi
diseguaglianze. Dei 748 milioni di persone che nel mondo non hanno
ancora accesso all’acqua, il 90% vive in aree rurali.

Per i bambini la mancanza di accesso
all’acqua
può essere tragica. Per donne e bambine c’è un
prezzo
ulteriore da pagare, il compito di recarsi a raccogliere acqua per la
famiglia sottrae infatti enormi quantità di tempo allo
studio o
alla cura della famiglia. Nelle aree meno sicure, inoltre, donne e
bambine sono esposte anche a rischi di violenza.

Per costruire un pozzo d’acqua in Africa,
necessario a
dissetare dalle 300 alle 500 persone, sono sufficienti soltanto 2-3
mila euro.

Campagne Informative

Foundation for Africa ritiene che sia fondamentale un'opera di sensibilizzazione rispetto a problematiche che spesso vengono sottovalutate e restano in secondo piano. Sottovalutate o addirittura ignorate dai media internazionali, dai governi occidentali, dalle istituzioni nazionali e sovra-nazionali.

Il continente africano, in particolare, vittima delle grandi potenze occidentali per secoli. Prima la deportazione di milioni di uomini e donne resi schiavi nel Nuovo Mondo, poi l'occupazione politica e sociale con la colonizzazione da parte di grandi Paesi europei che hanno imposto confini là dove non c'erano, costretto a convivere popoli tra di loro nemici oppure dividendo popolazioni ed etnìe. I Paesi europei in Africa hanno imposto le loro religioni, le loro lingue, hanno distrutto civiltà e tradizioni millenarie.

Per secoli i Paesi europei hanno rubato all'Africa ricchezze immense, costretto all'ignoranza generazioni di giovani e impedito la crescita di una classe dirigente africana illuminata. I Paesi europei, per la loro sete di ricchezza, hanno provocato guerre, imposto dittatori corrotti, sottomettendo popoli interi.

Oggi il furto delle ricchezze dell'Africa continua attraverso multinazionali occidentali, continua attraverso la massiccia presenza di eserciti stranieri, continua attraverso la corruzione capillare presente a tutti i livelli delle società africane, continua attraverso il controllo di importanti settori economici, e si continua ad impedire un pacifico e stabile sviluppo culturale e civile.

Si continua ad impedire all'Africa di utilizzare le proprie risorse e le proprie ricchezze

E, sempre oggi, sono proprio quegli stessi Paesi europei che per secoli hanno depauperato e impoverito l'Africa, e che continuano a rubare ricchezze all'Africa attraverso multinazionali sempre più ricche, che impediscono l'accoglienza degli africani che semplicemente cercano un "Mondo Migliore" in Europa.

E dopo aver rubato all'Africa di tutto, dopo che l'Europa è diventata ricca anche grazie ad intere generazioni di africani, questa stessa Europa va dicendo

"Aiutiamoli a casa loro"

Migranti e Rifugiati

Nel mondo una persona su 110 è costretta alla fuga. 68,5 milioni i rifugiati nel mondo

Nel rapporto annuale ‘Global Trends’, l'Unhcr traccia una mappa dei flussi di chi si lascia alle spalle il passato per un futuro incerto, spesso altrettanto drammatico. Si scappa soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Le maggiori crisi nella Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Bangladesh.

Il 20 giugno è una data importante perché si celebra in tutto il mondo la Giornata del rifugiato. L'appuntamento, fortemente voluto dall'Assemblea Generale dell'Onu nel 1951, nello stesso giorno in cui l'assemblea approvò la convenzione di Ginevra, nasce con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica su una condizione, spesso oggetto di campagne diffamatorie e strumentali, che oggi coinvolge ben 68,5 milioni di rifugiati e richiedenti asilo nel mondo. Il numero più alto dall'approvazione della convenzione di Ginevra a oggi.

Il rifugiato è colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra.
[Articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati]

La Giornata mondiale del rifugiato serve a ricordare a tutti noi, che una casa e una nazione l'abbiamo e che consideriamo questi diritti scontati e inviolabili, che non applicare le norme sul diritto d'asilo significa delegittimare la legislazione internazionale e, in particolare in Italia, disattendere un principio sancito dalla Costituzione.

In Europa questa mancata applicazione è alla base della politica dei cosiddetti "paesi di Visegrad", che prevedono un blocco dei flussi dei richiedenti asilo, negando quindi il diritto riconosciuto e sancito a ogni persona dalla convenzione di Ginevra a chiedere protezione internazionale nei casi previsti dalla legge.

Un nuovo patto globale per i rifugiati non è più rinviabile. A renderlo cruciale sono gli oltre 68 milioni di persone costrette alla fuga a causa di guerre, violenze e persecuzioni. Nel 2017 questo numero ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo.

I motivi sono da riscontrarsi soprattutto nella crisi nella Repubblica Democratica del Congo, nella guerra in Sud Sudan e nella fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I Paesi maggiormente colpiti sono per lo più quelli in via di sviluppo.

Nel rapporto annuale ‘Global Trends’, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, che cade oggi 20 giugno, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) traccia una mappa dei flussi di uomini, donne e bambini che abbandonano le proprie case e si lasciano alle spalle il proprio passato per un futuro incerto, spesso altrettanto drammatico.

Ogni giorno sono costrette a fuggire 44.500 persone, una ogni due secondi. “Siamo a una svolta, dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che Paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo” dichiara dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

I dati sui rifugiati

Nel totale dei 68,5 milioni di persone in fuga sono inclusi anche i 25,4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni, 2,9 milioni in più rispetto al 2016. Si tratta dell’aumento maggiore registrato dall’Unhcr in un solo anno. Nel frattempo, i richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano ancora in attesa della decisione in merito alla loro richiesta di protezione sono passati da circa 300mila a 3,1 milioni. Sul numero totale, le persone sfollate all'interno del proprio Paese, invece, sono 40 milioni, poco meno dei 40,3 milioni del 2016.

In pratica il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga. Il Global Trends non esamina il contesto globale relativo all'asilo, a cui l’Unhcr dedica pubblicazioni separate “e che nel 2017 ha continuato a vedere casi di rimpatri forzati, di politicizzazione e uso dei rifugiati come capri espiatori, di rifugiati incarcerati o privati della possibilità di lavorare e di diversi Paesi che si sono opposti persino all'uso del termine ‘rifugiato

La risposta alla crisi

Papa Francesco ha evidenziato che la Giornata mondiale dei Rifugiati quest’anno cade nel vivo delle consultazioni tra i governi per l’adozione di un patto mondiale “che si vuole adottare entro l’anno, come quello per una migrazione sicura, ordinata e regolare

Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati c’è motivo di sperare: “Quattordici Paesi stanno già sperimentando un nuovo piano di risposta alle crisi di rifugiati e, in pochi mesi, sarà pronto un nuovo Global Compact sui rifugiati e potrà essere adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

“Nessuno diventa un rifugiato per scelta, ma noi tutti possiamo scegliere come aiutare”

Si fugge soprattutto dai paesi in via di sviluppo

Il rapporto offre numerosi spunti di riflessione: l’85% dei rifugiati risiede nei Paesi in via di sviluppo, molti dei quali versano in condizioni di estrema povertà e non ricevono un sostegno adeguato ad assistere quelle popolazioni. Quattro rifugiati su cinque rimangono in Paesi limitrofi ai loro. Gli esodi di massa oltre confine sono meno frequenti di quanto si potrebbe pensare guardando il dato dei 68 milioni di persone costrette alla fuga a livello globale.

Quasi due terzi di questi sono infatti sfollati all'interno del proprio Paese. Dei 25.4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni, poco più di un quinto sono palestinesi sotto la responsabilità dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente). Dei restanti, che rientrano nel mandato dell’Unhcr, due terzi provengono da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia. “La fine del conflitto in ognuna di queste nazioni potrebbe influenzare in modo significativo il più ampio quadro dei movimenti forzati di persone nel mondo

Il Global Trends offre altri due dati, forse inattesi: il primo è che la maggior parte dei rifugiati vive in aree urbane (58%) e non nei campi o in aree rurali; il secondo è che le persone costrette alla fuga nel mondo sono giovani, nel 53% dei casi si tratta di minori, molti dei quali non accompagnati o separati dalle loro famiglie.

I paesi ospitanti

Come per il numero di Paesi caratterizzati da esodi massicci di persone, anche il numero di quelli che ospitano un elevato numero di rifugiati è relativamente basso: in termini di numeri assoluti la Turchia è rimasta il principale Paese ospitante al mondo, con una popolazione di 3.5 milioni di rifugiati, per lo più siriani. Nel frattempo, il Libano ha ospitato il maggior numero di persone in rapporto alla sua popolazione nazionale. Complessivamente, il 63% di tutti i rifugiati di cui si occupa l’Unhcr si trova in soli 10 Paesi. “Purtroppo le soluzioni a tali situazioni sono state poche mentre guerre e conflitti hanno continuato a essere le principali cause di fuga, con progressi assai limitati verso la pace

Pochi quelli che tornano a casa

Circa cinque milioni di persone hanno potuto tornare alle loro case nel 2017, la maggior parte delle quali però era sfollata all'interno del proprio Paese. Tra queste, inoltre, in migliaia sono rientrate in maniera forzata o in contesti assai precari. A causa del calo dei posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento, sono 100mila i rifugiati che sono potuti tornare a casa, un numero diminuito di oltre il 40 per cento. Una sconfitta.

L'UE e l'immigrazione

Persino l'UE negli ultimi anni ha disatteso i principi sanciti dalla convenzione di Ginevra, firmando con la Turchia di Erdogan un accordo finalizzato a bloccare il flusso dal Medioriente proprio mentre i siriani scappavano dalle bombe della coalizione internazionale e da quelle di Daesh.

Il fallimento dei governi e delle istituzioni dell'Unione Europea nello sviluppare una risposta politica efficace sull'immigrazione alimenta, secondo Human Rights Watch, una crisi politica senza precedenti.

Lezioni di umanità dall'Uganda

Una delle crisi umanitarie più dure al mondo, in ballo ormai da cinque anni, la sta soffrendo il Sud Sudan, e mentre il vecchio continente chiude le porte, Medici con l'Africa Cuamm ricorda gli sforzi, silenziosi e imponenti, che l'Uganda sta mettendo in atto per accogliere oltre 1.000.000 di rifugiati in fuga dal più giovane Stato del mondo, messo in ginocchio dagli scontri interni e dalla fame.

"Questa crisi non è destinata a risolversi in tempi brevi ma ci insegna che l'accoglienza di chi ha bisogno è possibile, lavorando già in Africa. In Uganda per esempio negli ultimi anni oltre un milione di sud sudanesi sono stati accolti in West Nile, a nord ovest del paese. Lì vive una popolazione di 1.700.000 persone, che pacificamente hanno accolto e continuano ad accogliere chi più ha bisogno. È una lezione di umanità"

Sempre a causa delle tensioni interne, dal 2013 ad oggi si stima che in Sud Sudan 4 milioni di persone abbiano dovuto abbandonare la propria casa, un terzo dei 12,3 milioni di persone che costituiscono la popolazione. Molti di questi trovano rifugio all'interno del paese, ospitati dalle comunità, andando a gravare su un servizio sanitario già estremamente debole. Altri scappano nei paesi vicini, Uganda ed Etiopia in primo luogo. Anche in Etiopia Medici con l'Africa Cuamm interviene a sostegno dei rifugiati e della popolazione che accoglie, rafforzando il sistema sanitario della regione di Gambella e gestendo il centro di salute del campo rifugiati di Nguenyyiel.

La situazione in Italia

In Italia, alla luce del rifiuto del Governo di permettere a una nave di soccorso di una Ong di attraccare, la linea dura è sotto gli occhi di tutti e, malgrado alcune importanti manifestazioni di sensibilizzazione antirazzista, come il flash mob, organizzato da Caritas Ambrosiana, di due scalatori del gruppo alpinistico i "Ragni di Lecco" che si sono calati per protesta dal "Pirellone", sede del consiglio della Regione Lombardia, il clima di intolleranza è purtroppo destinato a peggiorare.

Segnali positivi arrivano da realtà come Refugees Welcome Italia, associazione che promuove l'accoglienza in famiglia dei rifugiati, che negli ultimi giorni ha registrato un picco di iscrizioni sulla piattaforma, pari a oltre l'80%, per un totale di circa 40 nuove famiglie pronte ad aprire le porte a chi scappa da guerre, persecuzioni e povertà.

Il dramma dei minori non accompagnati

SOS Villaggi dei Bambini ha lanciato la campagna "L'impegno a favore dei migranti in Italia e nel mondo", una road map per accendere i riflettori sui diritti e i bisogni dei minori che arrivano in Italia e far sì che vengano trattati e considerati semplicemente come bambini. Nel 2017, l'organizzazione ha aiutato 266 tra Minori Stranieri Non Accompagnati e giovani richiedenti asilo, grazie ai Villaggi SOS e ai Programmi di assistenza a Torino e Crotone.

A preoccupare maggiormente gli operatori vicende come quella della nave Aquarius, che ha coinvolto 123 bambini, e i casi di detenzione degli oltre duemila minori separati dai genitori negli Stati Uniti, in attesa di un verdetto sulla possibilità o meno di restare negli USA.

Il rapporto Global Trends 2017

È un rapporto statistico dell'UNHCR, una mappatura globale dei flussi di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Lo scopo del rapporto in tutto il mondo in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, è quello di monitorare gli esodi forzati sulla base dei dati forniti da governi e altri partner.

Non viene invece esaminato il contesto globale relativo all'asilo, a cui l'UNHCR dedica pubblicazioni separate e che nel 2017 ha continuato a vedere casi di rimpatri forzati, di politicizzazione e uso dei rifugiati come capri espiatori, di rifugiati incarcerati o privati della possibilità di lavorare, e diversi paesi che si sono opposti persino all'uso del termine "rifugiato"

Violenza Donne

Troppe volte e per troppo tempo alla donna è stata associata l'idea sbagliata della sprovveduta, dell'ingenua e della vittima sacrificale

La violenza è il tuo nemico

Troppe volte e per troppo tempo alla donna è stata associata l'idea sbagliata della sprovveduta, dell'ingenua e della vittima di chi vuole solo approfittarsi di lei.

È accaduto, accadono questi fatti e purtroppo anche oggi molto spesso. Ma si deve dire basta, alle illusioni e alle belle parole devono seguire reali dimostrazioni. È finito il tempo dell'incanto, è giunto il momento della liberazione.

Non solo il femminicidio, che è solo la punta di un iceberg gigantesco che comprende anche reati odiosi che passano in secondo ordine, relegati o addirittura ignorati dalle cronache, o troppo spesso non denunciati: maltrattamenti domestici, mobbing sul lavoro, stalking, violenza sessuale, stupri, ecc..

In molti luoghi del mondo inoltre la donna è vittima della stessa società, della cultura e dell'ignoranza che "tollera" reati contro la donna odiosi, perché in quanto donna è considerata un essere "inferiore".

Tratta di esseri umani, sfruttamento lavorativo, schiavitù sessuale, violenze e stupri di massa, bigamia e sottomissione al marito, matrimoni combinati e precoci, mutilazioni genitali, bambine soldato, mortalità per problematiche legate alla gravidanza o al parto, ecc..

Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ecco perché si celebra il 25 novembre

Il 25 novembre ricorre la Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne, ricorrenza istituita il 17 dicembre 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134. La data è stata scelta come giorno della ricorrenza in cui celebrare attività a sostegno delle donne, sempre più vittime di violenze, molestie, fenomeni di stalking e aggressioni tra le mura domestiche. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il caso Mirabal

Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall'opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos.

Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto.

La storia delle sorelle Mirabal: bibliografia e filmografia

L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin.

Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà. La loro storia venne raccontata anche dall’opera della scrittrice dominicana Julia Alvarez, Il tempo delle farfalle, in Italia edito da Giunti. Esistono anche due film che raccontano la loro biografia “In the Time of Butterflies” (2004) e “Trópico de Sangre” (2010).