Nigeria. Migliaia di minori imprigionati arbitrariamente con l’accusa di essere complici di Boko Haram

Migliaia di bambini e bambine sono stati incarcerati in modo arbitrario, anche per anni, in condizioni disumane, picchiati e umiliati dall’esercito federale nigeriano nella decennale lotta al movimento terrorista nel nordest. A denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch contestato dai vertici militari.

Nigeria. Migliaia di minori imprigionati arbitrariamente con l'accusa di essere complici di Boko Haram

L’esercito nigeriano avrebbe arbitrariamente arrestato migliaia di bambini per sospetto coinvolgimento con il gruppo islamista Boko Haram. La sconcertante notizia è diventata un rapporto di cinquanta pagine pubblicato da Human Rights Watch (HRW) e intitolato “They didn’t know if i was alive or death” (Loro non sapevano se io fossi vivo o morto), dove è spiegato che tutti questi minori per mesi, e in alcuni casi per anni, sono rimasti detenuti senza specifiche accuse.

Più di 3.600 bambini, tra cui 1.617 ragazzine, sono stati arrestati dalle forze armate nigeriane tra il 2013 e il 2019, secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite. A riguardo, HRW afferma che le autorità nigeriane non hanno consentito l’accesso ai siti di detenzione per verificare queste cifre e di conseguenza non si conosce l’esatto numero dei bambini e delle bambine attualmente detenuti.

Alcuni avevano appena cinque anni

Il dettagliato report rileva che alcuni dei bimbi detenuti avevano appena cinque anni. Altri hanno raccontato di essere stati stipati in centinaia in celle roventi e affollate con un unico bagno nella famigerata caserma di Giwa, nella città nord-orientale di Maiduguri. Prima di arrivare lì, diversi minori hanno raccontato di essere stati oggetto di pestaggi per mano delle forze di sicurezza.

Ibrahim, 10 anni, ha riferito che quando aveva 4 anni, dopo un attacco di Boko Haram è fuggito insieme alla sua famiglia dal loro villaggio ed è stato arrestato dai militari. Dopo la cattura è stato accusato insieme ai suoi familiari di far parte del gruppo jihadista ed è stato ripetutamente percosso con una corda di pelle. Saeed, 17 anni, inizialmente detenuto nella città di Banki, ha dichiarato di essere stato appeso a un albero, dove è stato bastonato e frustrato da alcuni membri della Task force civile congiunta (Cjtf), una milizia di autodifesa formatasi nello stato di Borno con l’appoggio delle forze di sicurezza federali.

Accuse respinte dall'esercito

Le accuse sono state respinte al mittente dall’esercito: «I militari hanno arrestato solo i bambini che tentavano di compiere attentati e che hanno fornito un tacito sostegno agli insorti, comprese informazioni sui movimenti delle truppe. Ciononostante, i bambini sono stati trattati come vittime di guerra e non come sospetti terroristi»

Quest'ultimo rapporto si inserisce in un più ampio contesto di accuse all'esercito nigeriano

Il rapporto di Human Rights Watch (HRV) si inserisce in un modello più ampio di presunti abusi da parte delle forze di sicurezza del paese africano che combattono il gruppo estremista Boko Haram da più di un decennio.

Nel giugno 2015, con un report, Amnesty International ha denunciato la morte di almeno 7.000 persone che erano detenute presso strutture militari nel nord-est della Nigeria. Nel maggio del 2018, un’indagine della stessa organizzazione ha rivelato che migliaia di donne e ragazze liberate dai jihadisti sono state sistematicamente oggetto di abusi sessuali da parte dei militari, in cambio di cibo e assistenza. Più recentemente, migliaia di civili in fuga da Boko Haram sono stati trasferiti in aree non sicure dal governo, che in vista delle elezioni presidenziali del 2020 vuole dare l’impressione di aver restituito sicurezza al nord-est della paese.

"Ci hanno tradite"

Le donne scampate a Boko Haram stuprate dai loro soccorritori

Report Amnesty International

Migliaia di donne e ragazze sopravvissute alla brutalità del gruppo armato Boko Haram sono state successivamente stuprate dai soldati che sostengono di averle liberate.

Sono le principali evidenze emerse grazie al lavoro di ricerca sul campo e rese pubbliche nel report di Amnesty International “Ci hanno tradite“.

Il lavoro di ricerca è il risultato di un’ampia indagine, realizzata attraverso oltre 250 interviste e riguardante “campi satellite” istituiti dalle forze armate nigeriane in sette città dello stato di Borno. Comprende interviste a 48 donne e ragazze rilasciate e l’analisi di video, fotografie e immagini satellitari.

L’esercito nigeriano e la milizia alleata, chiamata Task force civile congiunta (Cjtf), hanno separato le donne dai loro mariti confinandole in “campi satellite”. Lì le hanno stuprate, a volte in cambio di cibo.

È stato documentato che dal 2015 migliaia di persone sono state ridotte alla fame nei campi dello Stato di Borno, nel nordest della Nigeria. Migliaia di donne costrette a fare sesso con i militari in cambio di cibo per se e per la famiglia, quelle che si sono rifiutate ridotte alla fame.

Suona completamente scioccante che persone che hanno già tanto sofferto nelle mani di Boko Haram siano condannate a subire ulteriori tremendi abusi da pare dell’esercito. Invece di essere protette, donne e ragazze sono costrette a sottostare agli stupri per evitare la fame

"They Betrayed us"

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RD Congo, non solo ebola. Strage di bambini per la più grande epidemia di morbillo al mondo

I decessi causati dalla più grande epidemia al mondo di morbillo, nella Repubblica Democratica del Congo, raggiungono le 4.000 unità. Da gennaio sono stati riportati 203.179 casi di morbillo in tutte le 26 province del paese, e per la precisione 4.096 sono morti, il 90% erano bambini. Sono i dati allarmanti forniti dall'Unicef, che sta proseguendo il programma di vaccinazione.

Proprio i più piccoli, sotto i 5 anni, rappresentano il 74% dei contagi e circa il 90% dei morti. Il numero di casi di morbillo in Repubblica Democratica del Congo quest'anno è più che triplicato rispetto a tutto il 2018. L'epidemia di morbillo ha causato più morti dell'Ebola, che, ad oggi, ha ucciso 2.143 persone. "Stiamo combattendo l'epidemia di morbillo su due fronti: prevenendo i contagi e prevenendo le morti", ha dichiarato Edouard Beigbeder, Rappresentante Unicef in Repubblica Democratica del Congo.

Oltre 4000 morti. È il terribile bilancio, denunciato dall'Unicef, causato dal morbillo nella Repubblica Democratica del Congo.

La più grande epidemia al mondo

L'organizzazione umanitaria dell'ONU parla di "più grande epidemia al mondo di morbillo". 4000 morti, dei quali il 90% è rappresentato da bambini sotto i 5 anni. Oltre 200mila le persone colpite dal virus. L'Unicef comunica di essere impegnata in una sorta di lotta contro il tempo vaccinando altre migliaia di bambini e distribuendo farmaci salvavita nei centri sanitari.

Lotta su due fronti

Da gennaio sono stati riportati 203.179 casi di morbillo in tutte le 26 province del Paese centroafricano, 4096 le vittime.

"Stiamo combattendo l'epidemia di morbillo su due fronti", ha dichiarato Edouard Beigbeder, rappresentante Unicef, "vaccinazioni dei bambini e fornitura alle cliniche di medicine che possano trattare i sintomi e migliorare le probabilità di sopravvivenza per tutti quelli già colpiti dalla malattia". Nei prossimi giorni saranno distribuiti oltre mille kit medici. I kit contengono antibiotici, sali per la disidratazione, Vitamina A, antidolorifici, antipiretici e altri aiuti per colpire questa malattia altamente contagiosa e potenzialmente letale.

Peggio dell'Ebola

L'epidemia di morbillo ha causato più morti del virus dell'Ebola, che, ad oggi, ha ucciso 2143 persone.

Morbillo, secondo l'Oms quasi triplicati i casi nel 2019

Sky TG24

Burundi, la calma del terrore prima del genocidio

Secondo
la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Burundi i fattori
che potrebbero portare al genocidio sono stati rilevati, ma se questo
ci sarà non si può sapere.

La
Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Burundi

(COIB)
ha dichiarato che il rischio di genocidio nel Paese potrebbe esserci.
«Analizzando
l’escalation delle violenze dal 2015 ad oggi siamo riusciti
ad individuare tutte le atrocità e l’odio
razziale, indicatori di un futuro genocidio
»,
«Finora
è una crisi politica con elementi etnici
»,
così nelle dichiarazioni rilasciate dai componenti della
Commissione, Doudou Diène (Senegal), Lucy
Asuagbor (Camerun)
e Françoise Hampson (Regno
Unito
), a margine della pubblicazione del rapporto, lo
scorso 4 settembre.

La Commissione è stata
creata il 30 settembre 2016 con la risoluzione 33/24 del Consiglio dei
diritti umani delle Nazioni Unite, con il mandato di condurre
un’indagine approfondita sulle violazioni dei diritti umani e
gli abusi commessi in Burundi dall’aprile 2015, per
identificare i presunti autori e formulare raccomandazioni. Il
rapporto è stato
presentato ufficialmente il 17 settembre al
Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra
.

L’Ufficio
Prevenzione
Genocidi delle Nazioni Unite
, dinnanzi a prove inconfutabili
di un
genocidio
, ha
il potere di ordinare l’immediato intervento
militare offensivo dei Caschi Blu
in virtù del
principio
della Responsabilità di Proteggere i civili. Solo un veto in
votazione del Consiglio di Sicurezza può fermare
l’intervento. Chi
oppone il veto si prende la
responsabilità in caso di genocidio avvenuto
.

I
fattori presi in considerazione
dalla Commissione sono diversi
. Instabilità
politica, crisi
economica, il clima di odio etnico, l’impunità per
le violazioni dei diritti umani, un sistema giudiziario debole,
l’assenza di media indipendenti e della libertà di
espressione, la formazione di milizie etniche.

Froncoise
Hampson
, membro
della Commissione
, parla
di un clima di terrore e paura che da Bujumbura si è esteso
nelle campagne
. I discorsi inneggianti all’odio
razziale, le Imbonerakure (milizia
giovanile a sostegno del partito al potere CNDD-FDD
),
la caccia all’oppositore e le violenze commesse hanno
raggiunto dimensioni etniche. «L’analisi e le
conclusioni tratte dallo studio sulla situazione attuale in Burundi non
può predire se e quando avverrà il genocidio,
come, e in quale forma. Può
solo allertare che il rischio di
genocidio è reale
»,
spiega Hampson. In
sostanza
: i
fattori che potrebbero portare al genocidio sono stati rilevati, non
è possibile prevedere se il genocidio scoppierà
.

Il
rapporto ONU guarda con preoccupazione alle elezioni del 2020

Il
rapporto
guarda con preoccupazione alle elezioni del 2020
che, recita,
«rappresentano
un grave rischio
», anche in
considerazione
del fatto che il Governo sta aumentando il controllo sulle
organizzazioni non governative e non esisteva un vero sistema
multipartitico, poiché la maggior parte dei partiti
è
stata ‘infiltrata
e divisa
’. Altresì
si
ipotizza un
possibile restauro della monarchia da parte del Presidente e dittatore
Pierre Nkurunziza,
«Il tema dell’origine
divina del
potere
del Presidente è sempre più comune nei discorsi
ufficiali
pronunciati dal Presidente e da sua moglie
»,
afferma il
rapporto. È la vicenda del ‘prete-re
e della
revisione della
storia del Paese attuata da Nkurunziza quella che viene evidenziata nel
rapporto.

Le
prime reazioni ufficiali da parte
del Burundi

vengono da Willy
Nyamitwe
, che è ritornato in Burundi dopo
l’attentato subito nel 2017. «Il Burundi non
è
più interessato a rispondere a delle bugie e manipolazioni
della
realtà da parte di alcune potenze occidentali che vogliono
destabilizzare il Burundi
», arma di difesa
consueta quella
del
complotto neo-coloniale contro gli hutu. A gran voce aveva
gridato il dittatore ‘Je me fiche
de
l’ONU!
’ (me ne
frego dell’ONU
).

Il concetto di genocidio è
parte integrante del pensiero politico di Pierre Nkurunziza

Il
concetto di genocidio è
parte integrante
del pensiero politico di Pierre Nkurunziza
, formatosi
durante la guerra
civile e rafforzatosi durante il primo decennio di potere. Nella guerra
civile i miliziani del FDD
sotto il suo comando trucidavano i civili
tutsi per poi scappare all’arrivo dell’Esercito
regolare.
Fino ad ora Nkurunziza
non ha mai espresso opinioni sul genocidio
.
Però, utilizzando l’eventualità di un
simile gesto
come arma per impedire un intervento militare della comunità
internazionale, indirettamente Nkurunziza
ammette tale
possibilità.

Nel
novembre 2015 il CNDD-FDD ha
tentato di
innescare il genocidio
, fallendo dinanzi alla
risposta negativa della
maggioranza delle masse contadine hutu
. Senza mano
d’opera
invasata di odio etnico, un genocidio non è possibile. Ora
la
situazione è cambiata
. La
mano d’opera
è
disponibile, gli Imbonerakure
.

Ad aggravare la situazione
è la presenza del
gruppo terroristico Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda
(FDLR),
responsabili del
genocidio del 1994
. Da
mercenari le FDLR si
sono trasformati in partner di Nkurunziza
, assumendo
progressivamente
molto potere e influenza. Il regime, isolato e allo stremo finanziario,
lascia libero campo ai miliziani Imbonerakure controllati dalle FDRL. I
confini tra regime, Imbonerakure e FDLR sono fin troppo labili. La
situazione attuale in Burundi impedisce di determinare con chiarezza
chi realmente detiene il potere
.

Questa
scelta ha creato un pericoloso
paradosso
.
Questi miliziani provenienti dagli strati hutu più poveri
sono
consapevoli del loro potere, ma non hanno migliorato le loro condizioni
di vita. A cosa serve combattere i tutsi se non puoi impossessarti
delle loro proprietà? Uccidere un tutsi senza guadagnarci
non ha
senso. Le
pulizie etniche striscianti avvenute dal 2015 ad oggi sono
sempre state associate alla razzia dei beni e proprietà
delle
vittime
. È
un incentivo per convincere i miliziani
Imbonerakure
a commettere omicidi su larga scala
.

Da
un mese varie donne tutsi nei villaggi sono state vittime di stupri
etnici inflitti dalle Imbonerakure
. Nessuna meraviglia in
quanto questi miliziani lo avevano promesso a voce alta nelle prime
sfilate del 2017. Lo
stupro è stato utilizzato dai miliziani di Nkurunziza come
arma etnica nella guerra civile
. La donna tutsi stuprata
metteva al mondo un hutu che ingrossava le file hutu a danno dei tutsi,
secondo la primitiva mentalità di questi miliziani.

Il
problema è che la recente ondata di stupri etnici evidenzia
una orribile evoluzione dello stupro etnico
. Alla vittima
non viene riservato il destino di procreare un hutu. Viene uccisa dopo lo
stupro
. Trattasi di donne con il marito o fratelli
precedentemente assassinati o fuggiti. Le proprietà di
queste donne uccise vengono distribuite tra i miliziani autori dello
stupro e dell’assassinio senza che le autorità si
oppongano.

Le
Imbonerakure contano circa 30.000 iscritti
. Un numero sufficiente
per innescare un genocidio dei tutsi
. Considerando la
possibilità
di impossessarsi dei bene e proprietà delle vittime, vari
contadini hutu potrebbero unirsi alle Imbonerakure aumentando la
capacità genocidaria di questa milizia para militare.

L’unico
segnale positivo è che le autorità non hanno
ancora chiuso i confini
. Lo scorso luglio in Uganda si
è registrato un aumento di 861 rifugiati burundesi in
più rispetto agli altri mesi. Per la maggioranza sono tutsi.
Tutti confermano
lo stato di terrore instaurato da Nkurunziza e tutti temono il genocidio
.

Dopo
la fallita invasione del Rwanda tentata in agosto
, Burundi e Rwanda riprendono
timidamente gli scambi commerciali
, congelati dal 2017.
Una distensione inaspettata, visto che il regime di Nkurunziza mantiene
le sue ostilità contro Kigali. Una delle due colonne FDLR
che avevano invaso il Rwanda lo scorso agosto era entrata dalla foresta
di Kibira in Burundi.

La
sospensione degli scambi commerciali ha danneggiato maggiormente il
Rwanda
. Si
parla di una perdita secca di 4 milioni di dollari a trimestre
.
Il Ruwnda principalmente esporta in Burundi cemento, bibite, prodotti
alimentari finiti, manufatti. Il Burundi ha perso 1 milioni di dollari
a trimestre, ma è stato fortemente penalizzato dalla
scarsità di carburante normalmente fornito dal Rwanda. Il
Burundi esporta nel Paese gemello solo alimentari e rappresenta il 0,8%
delle importazioni regionali del Rwanda.

La riapertura degli scambi commerciali
sembra essere stato una scelta obbligata per l’economia
rwandese, ma pare destinata a non provocare sostanziali cambiamenti
nella politica estera dei rispettivi Paesi nemici

Il
Rwanda per Nkurunziza rimane una
Nazione ostile
che
supporta i ribelli burundesi e trama per abbattere
un governo ‘democraticamente’, dice lui, eletto
.
Per Kigali il Burundi
rimane un Paese HutuPower
che ospita i terroristi
ruandesi FDLR

(responsabili del
genecidio del 1994 in Rwanda
). La riapertura degli scambi
commerciali è una
boccata di ossigeno per la moribonda economia burundese, e il Governo
sta sfruttando la decisione per rappresentarla come un primo passo per
la normalizzazione dei rapporti con il Rwanda.

Nigeria, il paese con il più alto numero di persone scomparse. Secondo la Croce Rossa 22mila

La Nigeria è il Paese con il maggior numero di persone date per disperse al mondo. Sono quasi 22.000 i nigeriani scomparsi a causa di conflitti interni. Per la maggior parte si tratta di minori, portati via alle loro famiglie dall’inizio dell’insurrezione dei Boko Haram. La denuncia è stata fatta dal Comitato della Croce Rossa Internazionale e, secondo un portavoce dell’organizazione, potrebbero essere molti di più.

Sembra inverosimile che un numero così elevato di nigeriani sia sparito senza lasciare traccia e oltre la metà tra questi sono bambini. Molti di loro sono stati rapiti da miliziani Boko Haram. Altri potrebbero essersi persi durante la fuga dalle violenze.

Dal 2009 ad oggi sono morte oltre ventisettemila persone, oltre 2,7 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa di Boko Haram. I sequestri sono frequenti e il denaro che viene chiesto per il riscatto serve per il finanziamento delle operazioni criminali. Altre volte gli ostaggi vengono rilasciati in cambio della liberazione di miliziani catturati e arrestati dalle autorità nigeriane. Ma di molti, moltissimi non si sa più nulla.

Secondo il rapporto di Human Rights Watch del 10 settembre, le autorità nigeriane, nel loro intento di contrastare i jhadisti, in questi anni avrebbero arrestato un elevato numero persone sospettate di appartenere al gruppo armato, molti tra questi minori. A tutt’oggi bambini e adolescenti sono trattenuti nelle squallide galere militari del Paese e spesso i parenti non hanno più avuto loro notizie.

Nella relazione HRW ha sottolineato che dal 2013 almeno 3.600 minori sarebbero stati arrestati, tra loro anche 1.600 ragazze, accusate di essere complici di Boko Haram. Le poverette sono state costrette a sposarsi con miliziani eppure sono state fermate dai militari con i figli avuti dai loro aguzzini.

HRW (Human Right Watch) ha intervistato diversi minori. Un bambino che al momento dell’arresto aveva solamente 5 anni, ha riferito che è stato portato in galera insieme ai genitori e che nella sua cella c’erano parecchi altri coetanei soli, senza parenti. Un bimbo di 7 anni è rimasto in galera per oltre due anni, imputato di aver venduto yam (un tubero molto apprezzato nella cucina nigerina) ai terroristi. Altri due piccoli sono stati accusati di far parte del sanguinario gruppo terroristico solo perché erano fuggiti dal loro villaggio distrutto in ritardo rispetto alla maggior parte degli abitanti.

Anche tante ragazze rapite, quando riescono a scappare, spesso vengono arrestate dalle forze armate, invece di essere restituite alle proprie famiglie. In queste galere ci sono molte vittime dei jihadisti, eppure frequentemente le autorità le considerano loro complici.

In Nigeria si consumano anche altri conflitti. Scontri etnici e violenze tra pastori semi-nomadi Fulani (di religione musulmana) e agricoltori, per lo più cristiani, flagellano da anni il centro della ex colonia britannica. Gli Stati più colpiti da questa faida sono: Benue, Taraba, Nasarawa e Plateau.

Africa ExPress

Nigeria. “Fabbrica di bambini”, donne violentate per vendere i loro figli

La polizia nigeriana ha liberato 19 ragazze e donne tra i 15 e i 28 anni da alcune abitazioni di Lagos definite 'fabbriche di bambini', dove venivano messe incinte e fatte partorire da un'organizzazione che poi vendeva i neonati. Quattro dei piccoli sono stati presi in consegna dagli agenti, mentre due donne che lavoravano in questi centri come infermiere abusive sono state arrestate, ha aggiunto la polizia, citata dalla Bbc online.

Non è questa la prima vota che vengono scoperte 'fabbriche di bambini' in Nigeria, Paese che è la prima economia africana ma dove la povertà è diffusa, così come il traffico di esseri umani. Lo scorso anno in un altro raid simile furono liberati 160 bambini.

La polizia ha detto che i neonati venivano venduti a 1.400 dollari l'uno se maschi e 830 dollari se femmine. Non è stato precisato se gli acquirenti fossero della Nigeria stessa o di altri Paesi.

News dall'Africa

Allarme della Nazioni Unite, lo Zimbabwe è allo stremo

Siccità, cicloni, recessione e tensioni politiche. Ora un rapporto dell’ONU avverte: il paese nell'Africa Orientale può resistere al massimo fino a marzo.

Allarme della Nazioni Unite, lo Zimbabwe è allo stremo

Circa un terzo degli abitanti dello Zimbabwe, 5 milioni di persone, ha bisogno di aiuti alimentari a causa di una devastante siccità e dalla crisi economica. È l'allarme lanciato dal WFP, il Programma alimentare mondiale, che ha aperto una raccolta fondi per 295 milioni di euro. Dichiarata la siccità disastro nazionale.

Più di cinque milioni di persone nello Zimbabwe, pari a circa un terzo della popolazione, hanno bisogno di aiuti alimentari e molti sono già allo stremo, afferma l'ONU nel suo rapporto.

Il World Food Program (WFP) calcola che servirebbero almeno 330 milioni di dollari subito e il suo rappresentate David Beasley dichiara alla BBC che la situazione può solo peggiorare perché la siccità di quest’anno è stata particolarmente impietosa e il raccolto di mais è già del tutto compromesso. Si stima che entro marzo metà del Paese sarà letteralmente alla fame.

La siccità ha provocato effetti gravi anche all'impianto idroelettrico di Kariba, fonte primaria di energia per la povera nazione africana, innescando interruzioni di corrente in tutto il Paese.

I problemi dello Zimbabwe erano stati evidenziati quando il ciclone Idai aveva attraversato la regione all'inizio di quest'anno. L'enorme tempesta, che aveva colpito anche parti del Malawi e del Mozambico, ha lasciato decine di migliaia zimbawesi senza tetto.

La scorsa settimana il ministro delle finanze Mthuli Ncube ha dichiarato che il governo ha fornito grano a 757.000 case dall'inizio dell’anno e il Presidente Emmerson Mnangagwa, succeduto nel novembre 2017 alla lunga era di Robert Mugabe, ha dichiarato la siccità un disastro nazionale. Le Nazioni Unite stanno facendo appello per finanziamenti e sostegno alla regione ma la stima dei fondi necessari è in continua crescita.

Non solo catastrofi naturali

Ricordiamo che le disgrazie dello Zimbabwe non sono imputabili esclusivamente a cause naturali, il lungo periodo del Governo Mugabe aveva lasciato il Paese già in condizioni molto critiche. Dagli anni novanta a oggi, il suo regime era entrato in conflitto con la minoranza bianca e gli oppositori del MDC (Movement for the Democratic Change). Buona parte dei bianchi hanno quindi deciso di emigrare, privando così il Paese del loro peso economico e impoverendone la struttura. Ne sono conseguite penuria di generi alimentari e spaventosa inflazione.

Dal 2015 lo Zimbawe ha addirittura ritirato dalla circolazione la propria moneta, il Dollaro Zimbawese, ormai svalutato. Ora le monete correnti sono di fatto il Dollaro USA e il Rand sudafricano. L’ultimo cambio teorico era fissato a 250 mila miliardi di dollari zimbawesi per un dollaro americano. Oggi un cambio ufficiale neppure esiste più.

Il tentativo del governo, ad inizio anno, di emettere una nuova moneta propria (il dollaro RTGS, Real time gross transfer dollars) e di vietare la circolazione di monete straniere per tenere sotto controllo i prezzi e l'economia di mercato è già miseramente fallito.

Sud Sudan. Juba il nuovo centro per il commercio dei migranti

La capitale sud-sudanese sta diventando un hub di rilievo per il traffico di migranti, favorito da un radicato sistema di corruzione e dal disfacimento del sistema legislativo e istituzionale, dopo più di cinque anni di conflitto civile.

Sud Sudan, Juba il nuovo centro per il commercio dei migranti

Non solo il Sudan, crocevia storico della rotta migratoria dall'Africa orientale, ora anche Juba sta diventando un importante hub per il traffico di persone. Lo sostiene il rapporto “Disarticolare le finanze di reti criminali responsabili per il contrabbando e il traffico di esseri umani” (Disrupting the finances of criminal networks responsible for human smuggling and trafficking) preparato per l’organizzazione per lo sviluppo regionale IGAD (Inter-governmental authority on development) e l’Interpol da un consorzio di organizzazioni e centri di ricerca universitari (Research and evidence facility) e finanziato dal Fondo fiduciario europeo di emergenza per l’Africa (Trust Fund) che ha l’obiettivo di regolamentare le migrazioni verso il continente.

Nel rapporto si afferma che le reti di trafficanti di esseri umani stanno traendo grande vantaggio dalla crisi sud sudanese e stanno facendo di Juba un hub per i loro sporchi affari. A causa della guerra civile scoppiata nel 2013, dopo appena due anni e mezzo dall'indipendenza, il corpo legislativo del paese è rimasto carente in molti settori. Inoltre è debolissima la capacità, e la volontà, di far rispettare le leggi esistenti, mentre la corruzione tra i funzionari governativi è rampante.

Per di più, la popolazione ha perso gran parte delle fonti di sostentamento, le reti familiari e sociali di supporto e può contare in modo molto limitato sulla protezione delle istituzioni e della legge. Questo genere di situazione è terreno fertilissimo per i trafficanti che possono agire quasi indisturbati, anche perché il prevalere di enormi problemi sociali interni tende a convogliare tutta l’attenzione delle istituzioni nazionali ed internazionali.

Secondo il rapporto le reti di trafficanti più attive nel paese sono gestite da somali e pescano tra i migranti presenti, provenienti in grandissima maggioranza dai paesi del Corno e dell’Africa orientale. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni risalenti al 2017, i migranti presenti in Sud Sudan sarebbero 845mila. Moltissimi di loro sono irregolari.

L’emergere del problema è testimoniato anche dal forum tenutosi a Juba l’anno scorso, in occasione della giornata internazionale delle migrazioni, il 18 dicembre. La discussione si è svolta nel quadro di riferimento del Better migration management programme (Programma per una migliore gestione della migrazione), pure finanziato dal Trust Fund europeo e dalla cooperazione tedesca.

In quell'occasione Edmund Yakani, direttore dell’ong sud sudanese Cepo, ben conosciuta per il suo lavoro di advocacy, ha detto che il traffico di esseri umani è un problema reale in Sud Sudan, ma nessuno ne vuole parlare. E ha aggiunto che è necessario mettere in campo azioni continue ed efficaci per proteggere le persone più vulnerabili che più facilmente potrebbero cadere nelle mani dei trafficanti.

Ma il traffico può essere battuto. E già nel titolo si individua una strada, con ogni probabilità la strada maestra: intercettare i flussi finanziari illegali e con loro i responsabili delle transazioni. Si può pensare che Juba sia un porto particolarmente sicuro per i trafficanti, anche perché nel paese corrono fiumi di denaro frutto di attività illecite.

Basti pensare alla pervasiva corruzione ma anche alla facilità con cui si possono riciclare denari sporchi, investendoli in diversi settori chiave, quale quello immobiliare e del materiale da costruzione, o dell’importazione, più o meno legale, di carburante, tutti saldamente controllati proprio da somali.

Nigeria. Boko Haram fa strage ad un funerale, spari sulla folla. Almeno 65 morti

Ancora un sanguinoso attacco dell'organizzazione terroristica islamista nigeriana di Boko Haram nel Nord Est del Paese africano. Un gruppo di uomini armati hanno fatto irruzione durante un funerale sparando contro gente inerme, donne e bambini compresi.

Nigeria. Boko Haram fa strage ad un funerale, spari sulla folla. Almeno 65 morti.

Sono almeno 65 le vittime ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Almeno una decina i feriti in gravi condizioni. Sono arrivati bordo di motociclette, jeep e pickup armati con mitragliatrici pesanti. L'attacco, avvenuto sabato 27 luglio verso mezzogiorno, si configura come il più grave sferrato contro civili dall'inizio dell'anno.

I terroristi islamici di Boko Haram sono tornati a colpire in Nigeria, facendo irruzione ad un funerale e sparando sulla folla. Almeno 65 morti, ma il bilancio dell'attacco, raccontano dei testimoni alla Bbc, potrebbero essere molti di più. L'attacco è avvenuto in un villaggio nei pressi di Maiduguri, capoluogo dello stato settentrionale del Borno. Hanno sparato a raffica sulla folla colpendo anche donne e bambini.

Secondo diverse fonti, si sarebbe trattato di una rappresaglia nei confronti degli abitanti del villaggio che avevano respinto un attacco di Boko Haram nell'area due settimane fa.

Sconfitta militarmente sul territorio dopo la proclamazione dello Stato Islamico di Nigeria da una coalizione di eserciti che, oltre a quello nigeriano, comprendeva anche quelli del Niger, del Camerun e del Ciad, la sanguinaria setta ha ricominciato una escalation di attacchi nella sua tradizionale zona di influenza, il nord-est della Nigeria, dopo avere esteso la sua guerra anche ai vicini Niger, Ciad e Camerun.

In 10 anni di terrorismo, Boko Baram (nome che vuol dire «l'educazione occidentale è peccato») ha provocato la morte di decine di migliaia di civili, (si parla di 25.000 civili uccisi in dieci anni) e almeno due milioni e mezzo di sfollati, ha rapito centinaia di ragazze convertendole forzatamente all'islam e dal 2015 è indicata come l'organizzazione terroristica più sanguinaria al mondo dal "Think tank Institute for Economics and Peace"

OMS. Epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo, ora è “Emergenza Mondiale”

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato l'epidemia di ebola nella RD del Congo come un'emergenza mondiale. Secondo l'Unicef contagiati 750 bambini.

Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato l'epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo come un'emergenza sanitaria mondiale.

Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che "è il momento che il mondo prenda atto dell'epidemia", ma ha raccomandato che le frontiere con i paesi vicini restino aperte. Finora ebola ha ucciso quasi 1.700 persone in poco più di un anno. Il Rwanda ha sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' nella vicina Repubblica Democratica del Congo senza però chiudere il confine.

Cresce l'allarme per l'epidemia di Ebola in corso nella Repubblica democratica del Congo. Oggi l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha deliberato lo stato di 'Emergenza Internazionale di Salute Pubblica'. La decisione è stata presa dal Comitato istituito dall'Oms, che si è riunito a Ginevra per la quarta volta dall'inizio dell'epidemia nel paese africano, lo scorso ottobre. Ieri il Rwanda, confinante con la città di Goma, aveva sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' in Rdc senza però chiudere il confine.

Nei giorni scorsi il virus è arrivato per la prima in una grande città della Repubblica democratica del Congo. Si tratta di Goma ai confini con Rwanda, dove ieri è morto il pastore infettato, che aveva viaggiato in autobus dalla città nord-orientale di Butembo, e dove "i casi sospetti sono 22 non direttamente correlati a quello del pastore". I contatti diretti con l'uomo sono stati sottoposti a vaccinazione.

L'Oms aveva valutato già nel giugno scorso l'opportunità di decretare lo stato di emergenza sanitaria internazionale per l'Ebola in Rdc, concludendo tuttavia che, benché ci fosse "grande preoccupazione, anche perché la risposta continua a essere insidiata dalla carenza di fondi adeguati e di risorse umane dedicate", l'epidemia allora non costituiva un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

"La dichiarazione è una misura che riconosce il possibile aumento del rischio nazionale e regionale, e il bisogno di una azione coordinata e intensificata per gestirlo"

Ora a preoccupare gli esperti è l'espansione geografica dell'epidemia, con i casi che ora coprono un'area di 500 chilometri quadrati. "Nessun paese dovrebbe chiudere i propri confini o porre restrizioni ai viaggi o ai commerci. Queste misure sono implementate di solito in base alla paura e non hanno basi scientifiche". La risposta, ha sottolineato il direttore generale Oms Thedros Adhanom Ghebreyesus, è stata ritardata anche dalla mancanza di fondi.

"È tempo che il mondo prenda coscienza e raddoppi gli sforzi. Dobbiamo lavorare insieme in solidarietà con il Congo per mettere fine all'epidemia e costruire un sistema sanitario migliore. Un lavoro straordinario è stato fatto per quasi un anno nelle circostanze più difficili. Dobbiamo a questi operatori un contributo maggiore"

Fino ad oggi, a causa dell'ultimo focolaio, quasi 2.500 persone sono state contagiate in Congo, di cui 1.665 sono morte. E la situazione era stata giudicata particolarmente allarmante già nei giorni scorsi, dopo il primo contagio avvenuto a Goma, grande città nell'est del Congo.

"Se l'epidemia si dovesse diffondere in una città di oltre un milione di abitanti come Goma sarebbe un vero e proprio disastro umanitario"

Anche l'Unicef lancia un allerta per la tragedia che sta colpendo in particolar modo i bambini. In Congo 750 bambini sono stati colpiti dal virus Ebola (31% dei casi) ed il 40% ha meno di 5 anni. Questa epidemia, ha avvertito Marixie Mercado, portavoce dell'Unicef al Palazzo delle Nazioni a Ginevra, "sta contagiando un maggior numero di bambini rispetto alle precedenti. Al 7 luglio, si erano verificati 750 contagi fra i bambini. Questo numero rappresenta il 31% del totale dei casi, rispetto a circa il 20% nelle epidemie precedenti"

I bambini piccoli, con meno di 5 anni, sono particolarmente colpiti e a loro volta stanno contagiando le donne. Fra gli adulti, le donne rappresentano il 57% dei casi. Il portavoce dell'Unicef ha inoltre sottolineato che il tasso di mortalità della malattia per i bambini con meno di 5 anni è del 77%, rispetto al 67% di tutti i gruppi di età. "Prevenire i contagi fra i bambini deve essere al centro della risposta all'Ebola", ha affermato. E c'è anche un'altra grave emergenza che sta emergendo: "I bambini che sono rimasti orfani a causa della malattia hanno bisogno di cure e supporto a lungo termine, fra cui la mediazione con le famiglie allargate che però si rifiutano di accoglierli per paura di essere a loro volta contagiati"

Dobbiamo ricordare che l'epidemia è scoppiata in una zona di guerra, dove scorrazzano bande armate e le violenze, anche contro la popolazione civile, sono all'ordine del giorno. Operatori sanitari e volontari stanno lavorando in condizioni estreme e rischiano concretamente la propria vita per cercare di circoscrivere il contagio e aiutare la popolazione colpita dal virus.

Eritrea in caduta libera sui diritti umani

L'Eritrea di Isaias Afewerki è oggi uno dei peggiori regimi al mondo. Dove la guerra con l'Etiopia è usata per giustificare un servizio militare a tempo indeterminato. E dove avere un passaporto è quasi un miraggio. Gli ultimi attacchi sono stati rivolti agli ospedali cattolici.

Eritrea, pastori

Il silenzio colpevole dell'Europa

Di fronte alla dura repressione in atto in Eritrea, alla chiusura di ospedali e scuole gestiti da associazioni religiose, di fronte a casi di tortura, e alla costante violazione dei diritti umani, l'Europa tace e, anzi, fa affari con il regime più totalitaio dell'Africa.

Il rispetto dei diritti umani in Eritrea è solo un ricordo che si perde nei tempi. La lista di violazioni è lunga e gli esempi recenti non mancano.

Il presidente (e dittatore) eritreo Isaias Afewerki

L’ultima mossa del regime di Isaias Afewerki, al potere dal 1991, è stata quella di ordinare la chiusura dei centri sanitari gestiti dalla Chiesa cattolica nel paese, ovvero una quarantina tra ospedali e scuole in zone rurali che garantiscono sanità e istruzione alle fette più povere della popolazione. Ebbene, qualche giorno fa in questi luoghi si sono presentati militari armati che hanno sfondato porte e cacciato fuori malati, vecchi e bambini. E preteso l’esproprio coatto degli immobili.

Il 29 aprile, quattro vescovi avevano chiesto di aprire un dialogo con il governo per cercare una soluzione alla crescente povertà e mancanza di futuro per il popolo. Mentre il 13 giugno sono stati arrestati cinque preti ortodossi ultrasettantenni.

Daniela Kravetz, responsabile dei rapporti tra Nazioni Unite e Africa, ha riportato che il 17 maggio «trenta cristiani sono stati arrestati durante un incontro di preghiera, mentre qualche giorno prima erano finiti in cella 141 fedeli, tra cui donne e bambini». L’Onu chiede ora che «con urgenza il Governo eritreo torni a permettere la libera scelta di espressione religiosa»

Guerra Eritrea-Etiopia usata come scusa per il servizio militare a tempo indeterminato

L’ex colonia italiana ha ottenuto di fatto l’indipendenza dall’Etiopia nel 1991, dopo un conflitto durato trent’anni. E nonostante la recente distensione tra Asmara e Addis Abeba, la guerra tra le due nazioni continua a singhiozzo lungo i confini.

Sono ancora i rapporti con la vicina Etiopia, del resto, ad essere usati dal dittatore Afewerki per giustificare l’imposizione del servizio militare a tempo indeterminato. I ragazzi, infatti, sono arruolati verso i 17 anni e il servizio militare può durare anche trent’anni, con paghe miserabili e strazianti separazioni. Le famiglie si vedono portare via i figli maschi senza conoscerne la destinazione e i ragazzi spesso non tornano più.

Le città sono prevalentemente abitate da donne, anziani e bambini.

E per chi si oppone le alternative sono la prigione, se non la tortura. Uno dei sistemi più usati dai carcerieri è la cosiddetta Pratica del Gesù, che consiste nell’appendere chi si rifiuta di collaborare, con corde legate ai polsi, a due tronchi d’albero, in modo che il corpo assuma la forma di una croce. A volte restano appesi per giorni, con le guardie che di tanto in tanto inumidiscono le labbra con l’acqua.

Eritrea, storia di un popolo a cui è vietato viaggiare

Il passaporto, che solo i più cari amici del regime ottengono una volta raggiunta la maggiore età, per la popolazione normale è un miraggio. Il prezioso documento viene consegnato alle donne quando compiono 40 anni e agli uomini all’alba dei 50. A quell’età si spera che ormai siano passate forza e voglia di lasciare il paese.

Oggi l’Eritrea è un inferno dove tutti spiano tuttti. Un paese sospettoso e nemico di chiunque, diventato sotto la guida di Afewerki uno dei regimi più totalitari al mondo, dove anche parlare al telefono è rischioso.

E pensare che negli anni ’90, quando l’Eritrea si separò dall’Etiopia, era vista come la speranza dell’Africa. Un paese attivo, pieno di potenziale, che si era liberato da solo senza chiedere aiuto a nessuno. Il mondo si aspettava che diventasse la Taiwan del Corno d’Africa, grazie anche a una cultura economica che gli altri stati se la sognavano.

L’Unione Europea investe in Etiopia ed Eritrea

L’Unione europea sta per erogare 312 milioni di euro di aiuti al Corno d’Africa per la costruzione di infrastrutture che consentiranno di far transitare merci dall’Etiopia al mare, attraversando quindi l’Eritrea.

Una decisione su cui ha preso posizione Reportes sans frontières, che chiede la sospensione di questo finanziamento ad un paese che, si legge in una nota, «continua a violare i diritti umani, la libertà di espressione e e di informazione e detiene arbitrariamente, spesso senza sottoporli ad alcun processo, decine di prigionieri politici, tra cui molti giornalisti»

Cléa Kahn-Sriber, responsabile di Reporter sans frontières in Africa, ha dichiarato essere «sbalorditivo che l’Unione europea sostenga il regime di Afeweki con tutti questi aiuti senza chiedere nulla in cambio in materia di diritti umani e libertà d’espressione. Il regime ha più giornalisti in carcere di qualsiasi altro paese africano. Le condizioni dei diritti umani sono assolutamente vergognose»

La Fondazione di difesa dei Diritti umani per l’Eritrea con sede in Olanda e composta da eritrei esiliati sta intraprendendo azioni legali contro l’Unione europea. Secondo la ricercatrice universitaria eritrea Makeda Saba, «l’Ue collaborerà e finanzierà la Red Sea Trading Corporation, interamente gestita e posseduta dal governo, società che il gruppo di monitoraggio dell’Onu su Somalia ed Eritrea definisce coinvolta in attività illegali e grigie nel Corno d’africa, compreso il traffico d’armi, attraverso una rete labirintica multinazionale di società, privati e conti bancari». Un bel pasticcio, insomma.

Pericoloso lasciare l’Eritrea Il ruolo delle ambasciate

Chi trova asilo in altre nazioni vive spiato e minacciato dai propri connazionali.

Lo ha denunciato Amnesty International, secondo cui le nazioni dove i difensori dei diritti umani eritrei corrono i maggiori rischi sono Kenya, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Svezia e Svizzera. Nel mirino del potere eritreo ora c’è anche un prete candidato al Nobel per la pace nel 2015, Mussie Zerai.

«I rappresentanti del governo eritreo nelle ambasciate impiegano tutte le tattiche per impaurire chi critica l’amministrazione del presidente Afewerki, spiano, minacciano di morte. Chi è scappato viene considerato traditore della patria, sovversivo e terrorista»

In aprile il ministro dell’Informazione, Yemane Gebre Meskel, e gli ambasciatori di Giappone e Kenia hanno scritto su Twitter post minacciosi contro gli organizzatori e i partecipanti ad una conferenza svoltasi a Londra dal titolo “Costruire la democrazia in Eritrea”. Nel tweet, Meskel ha definito gli organizzatori «collaborazionisti»

Non va meglio agli esiliati in Kenya. Nel 2013, a seguito del tentativo di registrare un’organizzazione della società civile chiamata Diaspora eritrea per l’Africa orientale, l’ambasciata eritrea ha immediatamente revocato il passaporto del presidente e co-fondatore, Hussein Osman Said, organizzandone l’arresto in Sud Sudan. L’accusa? Partecipare al terrorismo, intento a sabotare il governo in carica.

Amnesty chiede quindi «che venga immediatamente sospeso l’uso delle ambasciate all’estero per intimidire e reprimere le voci critiche»

Parlando delle ragioni che hanno scatenato l’ultimo atto di forza contro gli ospedali, padre Zerai ha detto che «il regime si è giustificato facendo riferimento a una legge del 1995, secondo cui le strutture sociali strategiche come ospedali e scuole devono essere gestite dallo stato»

Tuttavia, questa legge non era mai stata applicata e non si conoscono i motivi per cui all’improvviso è cominciata la repressione. Padre Zerai la vede così: «La Chiesa cattolica eritrea è indipendente e molto attiva nella società, offre supporto alle donne, sostegno ai poveri e ai malati di Aids ed è molto ascoltata». A preoccupare il padre, e non solo lui, sono ora «il silenzio dell’Unione europea e della comunità internzionale. Siamo davati a crimini gravissimi e il mondo tace»

Biafra, la Nigeria riconosce risarcimenti a 50 anni dalla guerra

La guerra che è costata la vita a oltre 1,2 milioni di persone pesa ancora oggi sul Biafra. Altri due milioni morirono di fame e malattie, la metà erano bambini.

Alla fine del conflitto oltre 5 milioni di persone furono costrette ad abbandonare le loro terre per far posto ai pozzi petroliferi.

Se da una parte il governo di Abuja riconosce un risarcimento alle vittime e inizia a bonificare le aree infestate da ordigni abbandonati, dall'altra dichiara "terroristica" l'organizzazione che chiede l'indipendenza.

In uno dei rari tentativi di affrontare la questione della guerra del Biafra e di sanare le profonde cicatrici che ha lasciato su milioni di nigeriani, nei giorni scorsi il governo di Abuja ha accettato di risarcire con 139 milioni di dollari le vittime del confitto, concluso cinquant’anni fa. E oltre a versare l’indennizzo, saranno stanziati 105 milioni di dollari per bonificare dagli ordigni abbandonati, i territori che furono teatro degli aspri combattimenti tra il 1967 e il 1970.

Gli esperti governativi hanno riconosciuto lo status di reduci di guerra a 685 persone. A quasi 500 di esse, incluse quelle che avevano inizialmente citato in giudizio il governo, è stato anche accordato un risarcimento per essere stati vittime dell’esplosione di mine e bombe. La decisione della Nigeria è il risultato di una risoluzione extragiudiziale, che ha fatto seguito a un procedimento presentato contro il governo federale nel 2012.

Una lunga scia di violenza nel sud-est della Nigeria

Il provvedimento giunge dopo mesi di crescenti tensioni nel sud-est della Nigeria causate dalle rinnovate richieste di secessione avanzate dal movimento dei popoli indigeni del Biafra (IPOB), che dopo mezzo secolo continua a rivendicare l’indipendenza del Biafra.

La radicalizzazione violenta del confronto si era manifestata lo scorso 12 settembre, quando l’esercito nigeriano ha fatto irruzione nella casa del leader dell’Ipob, NwannekaenyiNnamdiKenny Okwu Kanu, per arrestarlo. Nel conflitto a fuoco che ne è seguito sono morti 20 militanti del gruppo separatista.

Poi, lo scorso 15 settembre, le truppe nigeriane dispiegate nella regione hanno lanciato l’operazione Python Dance II nei cinque stati sud-orientali, Abia, Anambra, Ebonyi, Enugu e Imo, per porre fine alla campagna di secessione del movimento. Nel corso dell’operazione, terminata il 10 ottobre, sono morti quattro membri dell’IPOB, mentre il leader Nnamdi Kanu, da allora non è più comparso in pubblico.

Movimento per indipendenza Biafra definito “terrorista”

Pochi giorni dopo, il ministro della Giustizia nigeriano, Abubakar Malami, ha emesso un provvedimento che bollava l’IPOB come un’organizzazione terroristica, per aver agito contro funzionari della sicurezza e cittadini nigeriani.

La decisione di classificare l’IPOB come un’organizzazione terroristica ha suscitato le critiche degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Inoltre, questa scelta stride col fatto che il gruppo indipendentista è ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, da quando le Nazioni Unite l’hanno annesso nell’Ecosoc, l’organismo che raccoglie più di 3.200 ong internazionali.

Nel frattempo, il sentimento anti-nigeriano dei biafrani ha continuato a covare sotto le ceneri emergendo periodicamente e dando luogo a sanguinosi scontri fra i separatisti biafrani e l’esercito federale, sempre repressi con violenza dai militari nigeriani.

La guerra del Biafra oggi è ancora un tabù in Nigeria

Nel paese africano molti sperano che il risarcimento deciso dal governo serva a stemperare le tensioni degli ultimi mesi e sia un segnale della volontà di discutere la pluridecennale questione dell’eredità e delle divisioni lasciate dalla guerra, che dopo cinquant’anni in Nigeria è ancora considerata un argomento tabù.

Certo è che nell’immediato dopoguerra, le ritorsioni applicate dal governo federale nei confronti degli Igbo (l’etnia della popolazione biafrana) furono pesantissime, come la limitazione all’accesso ai conti correnti e le discriminazioni nell’impiego pubblico e privato. Mentre l’amministrazione di alcune delle città con forte presenza Igbo venne affidata a gruppi etnici rivali come gli Ijaw e Ikwerre.

Senza contare che il nome Biafra è stato cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che per tre anni fu uno Stato indipendente, adesso è smembrato in nove entità territoriali diverse.

Senza dubbio, è troppo tardi per i programmi di riconciliazione, ma oltre ai risarcimenti, anche l’apertura di un dialogo tra governo e movimenti pro-Biafra può avere un ruolo importante nell’aiutare i molti nigeriani, che ancora portano le cicatrici di uno dei conflitti più devastanti del secolo scorso.

Fame e malattie. L’emergenza umanitaria del Biafra

Un conflitto che costò la vita a più di un milione e 200 mila persone e produsse un’emergenza umanitaria senza precedenti, che culminò in una drammatica carestia che provocò la morte di altri due milioni di uomini, donne e bambini.

Tutto questo, mentre i filmati in bianco e nero trasmessi dai telegiornali dell’epoca mandavano in onda le terribili immagini dei volti scavati di bambini biafrani sofferenti con l’addome gonfiato dal liquido ascitico.

La mobilitazione generale delle organizzazioni non governative internazionali fu così impressionante che sotto la guida del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Icrc), Oxfam, Africa Concern, Catholic Relief Services, Caritas International, Quaker-Service-Nigeria e altre organizzazioni che operavano sotto il cappello della Joint Church Aid (Jca), diedero vita alla più importante operazione umanitaria della loro storia dopo i programmi di assistenza ai rifugiati della seconda guerra mondiale.

Somalia, al-Shabaab assalta un hotel, 26 morti

I terroristi hanno fatto esplodere un'autobomba nel centro di Chisimaio. Poi l'attacco armi in pugno nell'edificio e lo scontro con le forze di sicurezza. Tra le vittime anche la giornalista somalo-canadese Hodan Nalayeh. Oltre 50 i feriti.

Somalia, al-Shabaab assalta un hotel, 26 morti

L'attentato

In Somalia nel corso della serata di venerdì un assalto armato, durato 12 ore, ha provocato la morte di 26 persone. In un hotel nella città portuale di Chisimaio, nel sud del Paese, i terroristi di al-Shabaab hanno fatto prima esplodere un'autobomba e poi sono passati all'attacco armi in pugno e quindi allo scontro con le forze di sicurezza. L'Agi riporta, che l'attacco iniziato venerdì sera e durato 12 ore è ora concluso. L'edificio, in gran parte distrutto dall'assalto, è quindi tornato nelle mani delle forze di sicurezza.

In quel momento l'hotel ospitava uomini d'affari e politici che erano in città per la preparazione delle elezioni presidenziali nella regione semi-autonoma dello Jubaland, prevista per la fine di agosto.

L'Afp riporta il messaggio rilasciato sabato mattina dal presidente della regione dello Jubaland Ahmed Mohamed che ha spiegato che i morti sono 26, tra cui diversi cittadini stranieri: tre keniani, un canadese, un inglese, due americani e tre tanzaniani. Tra i feriti figurano due cittadini cinesi. Anche un candidato presidenziale per le prossime elezioni regionali è stato ucciso. I 4 terroristi autori dell'attacco sono tutti morti. L'Agi spiega che i feriti finora recuperati sono 56.

Hodan Nalayeh

Hodan Nalayeh

Tra le vittime anche l'attivista e giornalista somalo-canadese Hodan Nalayeh 43enne fondatrice di Integration Tv e autrice di programmi youtube per le comunità somale in lingua inglese, che si trovava in vacanza in Somalia insieme al marito Farid Jama Suleiman, anche lui ucciso. Il ministro dell'Immigrazione canadese, Ahmed Hussen, ha così descritto il suo impegno: "Con il suo lavoro di giornalista, ha messo in luce le notizie e i contributi positivi delle comunità, dandone notizia in Canada, ed è diventata una voce per molti. Il suo lavoro ha rafforzato i legami fra le comunità somale del Canada e la Somalia nel suo continuo processo di stabilizzazione e ricostruzione"

Testimonianze

Un testimone citato dall'Agi, Muna Abdirahman, ha raccontato la drammatica vicenda: "L'intero edificio è in rovina, ci sono cadaveri e feriti che sono stati recuperati all'interno, e le forze di sicurezza hanno isolato tutta l'area. Gli aggressori indossano uniformi della polizia somala"

Al-Shabaab

Il gruppo jihadista sunnita di matrice islamista al-Shabaab ha rivendicato l'attentato, che aveva l'obiettivo di colpire i "funzionari apostati dell'amministrazione Jubaland". I militanti al-Shabaab dopo esser stati allontanati dalla capitale Mogadiscio nel 2011, hanno continuato ad attaccare le forze governative ed obiettivi civili con attentati suicidi ed assalti in stile guerriglia. Nel 2012 il gruppo terroristico è stato cacciato da Chisimaio, porto e città commerciale della regione dello Jubaland. Mantengono sotto il loro controllo vaste aree rurali.

La Repubblica